Discarica Cisma di Melilli, il Tar condanna la Regione I silenzi sulle autorizzazioni sono illegittimi e dannosi

I silenzi della Regione sulla Cisma di Melilli sono illegittimi. Il Tar di Catania interviene sulla vicenda della discarica siracusana, dando ragione agli amministratori giudiziari della società che avevano presentato un ricorso contro l’assessorato ai Rifiuti e quello al Territorio, oltre all’Arpa. La Cisma è finita sotto sequestro nel marzo del 2017, perché i proprietari – Antonino e Carmelo Paratore – sono accusati di essere affiliati al clan Santapola di Catania e di aver ottenuto l’ampliamento della discarica grazie a una fitta rete di corruzione che arrivava dentro le stanze della Regione. Da un anno e mezzo quindi è passata nelle mani dello Stato e gli amministratori chiamati a gestire il sito le hanno provate tutte per portare avanti le attività e mantenere i livelli occupazionali. 

L’impianto ha una doppia struttura: una per il trattamento dei rifiuti pericolosi provenienti dalle industrie e la discarica dove abbancarli. Quest’ultima però è chiusa, perché, dopo le vicissitudini giudiziarie, gli amministratori, convinti a seguito di attente verifiche della funzionalità del sito, hanno chiesto alla Regione, competente in materia, di esprimersi sulla necessità di revisione della Valutazione di impatto ambientale e dell’Autorizzazione integrata ambientale. Una richiesta avanzata il 6 luglio del 2017 a cui incredibilmente gli assessorati non hanno dato risposta, lasciando la Cisma nella paralisi con la conseguenza che 41 dipendenti hanno già ricevuto la lettera di licenziamento per mancanza di commesse.

La Regione avrebbe dovuto rispondere «entro il 4 dicembre del 2017», fissa la data la prima sezione del Tar di Catania che accoglie dunque il ricorso e dà agli assessorati 60 giorni di tempo per esprimere un parere. Trascorso questo termine, verrà nominato un commissario ad acta, che i giudici amministrativi individuano nel prefetto di Trapani, che li sostituirà. La riapertura della seconda vasca si rende necessaria anche per «mantenere un flusso sufficiente di ricavi e quindi in efficienza la discarica». Tra gli aspetti più delicati c’è infatti lo smaltimento del percolato che viene trasportato altrove con un pesante aggravio dei costi. Nel 2017 il passivo ammontava a 2,5 milioni di euro, e le previsioni del 2018 sono ancora più nere, si stima un buco da 3,6 milioni. «La Cisma con la discarica aperta e le attività ferme diventa un problema ambientale perché continua a produrre percolato – spiega Francesco Carpinato, uno dei due amministratori giudiziari – la discarica va riempita e chiusa il più rapidamente possibile e nel migliore dei modi».

Un tassello importante in questa direzione sarebbe potuta essere la commessa proveniente dalla centrale Enel di Brindisi. Gli amministratori avevano chiuso un accordo per l’invio di 70mila tonnellate di materiale, ma tutto è saltato a causa della mancanza delle autorizzazioni regionali. «La sentenza del Tar – conclude Carpinato – sancisce un principio: che l’assessorato è inadempiente e ha violato gli obblighi di legge».


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