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Discarica Melilli, tomba dei veleni di mezza Sicilia
«Ricette» per camuffare pure i rifiuti cancerogeni

Salvo Catalano

Cronaca – Nell'impianto Cisma conferivano tutti i poli petrolchimici dell'Isola. Il procedimento per stabilizzare le sostanze era affidato a un dipendente senza competenze. I carabinieri hanno accertato un lungo elenco di violazioni: dai liquidi seppelliti nei fusti alle ceneri cancerogene. Un sistema possibile grazie alla corruzione

«Sta diventando il proprietario anche se non capisce un cazzo e non sa neanche parlare l'italiano, e ora decide come si devono fare i formulari. Maurizio deve fare l'operaio, no che lui è diventato quello che fa le ricette». La discarica Cisma di Melilli era diventata un buco nero, dentro cui seppellire o smaltire i veleni di tutta la Sicilia, e non solo. Per capire la pericolosità del sistema - messo in piedi, secondo la Procura di Catania, dagli imprenditori Antonino e Carmelo Paratore, ritenuti organici al clan Santapaola di Catania - bisogna partire dalle «ricette». 

Così veniva chiamato l'improvvisato mix di rifiuti, calce e altre sostanze, realizzato per sviare i controlli, che finiva nell'impianto. A parlare, intercettata dagli investigatori, è Agata Di Stefano, il braccio operativo dei Paratore all'interno della discarica. La donna (tra i 26 indagati nell'operazione Piramidi) si lamenta del ruolo centrale assunto da Maurizio Cottone, responsabile dello stoccaggio dei rifiuti. È lui, senza nessuna competenza, a decidere cosa fare per procedere alla stabilizzazione dei rifiuti. «Ricette inventate sul momento da soggetti improvvisati», sottolinea la gip di Catania, Giuliana Sammartino. Maldestri tentativi di trasformare i rifiuti pericolosi in non pericolosi, aggirando la legge e, soprattutto, non eliminando la tossicità delle sostanze. Come accertato dai carabinieri del Nucleo operativo ecologico di Catania e dal Gico della Guardia di finanza etnea.

È così che la discarica Cisma - in cui negli ultimi due decenni sono arrivati i rifiuti della Raffineria di Gela, del petrolchimico di Milazzo, dell'Isab di Priolo, delle centrali Enel in Sicilia, dell'area industriale del Dittaino e, da ultimo, dell'Ilva di Taranto - è diventata la tomba di molti veleni, non smaltiti secondo le prescrizioni di legge. Il nucleo operativo ecologico dei carabinieri, nel settembre del 2013, registra «la presenza di un fumo biancastro che esalava dai rifiuti (a dimostrazione del cattivo esito del trattamento di inertizzazione)»; rifiuti liquidi raccolti dentro fusti metallici e seppelliti con un escavatore o svuotati dentro una buca scavata tra i rifiuti già abbancati; e ancora lo sprigionarsi di polveri sottili. 

A pochi chilometri di distanza dalla Cisma, sorge l'inceneritore della Gespi srl, società gestita dai fratelli Giuseppe e Giovanni Amara, sequestrata ieri insieme alle altre imprese riconducibili ai Paratore. A questo impianto la Cisma avrebbe dovuto conferire rifiuti derivanti dalle proprie attività. La Gespi avrebbe dovuto ridurli in ceneri e rispedirli indietro. Ma quelle ceneri, secondo gli accertamenti effettuati dagli investigatori, vanno considerate come rifiuto cancerogeno, visto che, sottolinea il giudice, «gli accertamenti dell'Arpa evidenziavano la presenza di metalli, in particolar modo di nichel e piombo». E quindi non andavano conferite in discarica. 

«L'intera operazione realizzata dalla Cisma e dalla Gespi - si legge nell'ordinanza - costituiva di fatto una trans-codifica di rifiuti (mediante attribuzione di codici che non corrispondevano alle reali caratteristiche dei rifiuti), finalizzata a un'operazione non autorizzata e pericolosa. Peraltro, l'attività di triturazione veniva eseguita all'aperto, senza alcuna misura di captazione delle polveri sottili che si sprigionavano dalla triturazione, benché si trattasse di rifiuti altamente nocivi provenienti dai poli petrolchimici di raffinazione del greggio».

Una situazione allarmante, coperta dalle connivenze di chi avrebbe dovuto controllare: i funzionari della Regione Sicilia e i consulenti della procura di Siracusa che sarebbero stati a libro paga dei Paratore. A cominciare dall'apertura della discarica, oltre dieci anni fa. Mai il progetto esecutivo sarebbe stato adeguato alle prescrizioni che erano state indicate con le autorizzazioni Via e Aia. In particolare la volumetria della discarica era stata stabilita in 550mila metri cubi, la metà di quanto richiesto dalla Cisma. Così come era stato indicato il divieto, non rispettato, di fare affluire rifiuti da fuori provincia. 

Violazioni che si sarebbero riproposte al momento dell'ampliamento dell'impianto nel 2011. L'intervento avrebbe dovuto essere preceduto da una nuova valutazione di impatto ambientale e invece, ancora grazie al sistema di corruzione, sarebbe stato fatto senza alcuna nuova procedura. Così in quattro anni - dal 2011 al 2014 - i rifiuti nella discarica si sono moltiplicati di sette volte, passando da 86mila a 587mila tonnellate. Di questi, oltre la metà (350mila tonnellate) provenienti da fuori provincia di Siracusa.