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Il dossier sulla corruzione e i casi in Sicilia. Libera: «L’azione repressiva è ormai impotente»

Quarantotto inchieste sulla corruzione che hanno segnato il 2024 in Italia, dall’1 gennaio al primo giorno di dicembre. Quasi 600 persone indagate da 28 procure. In Sicilia, stando al rapporto diffuso dall’associazione Libera, sono cinque le inchieste con 82 indagati. Numeri che, volendo stilare una classifica della corruzione in Italia, pongono la Sicilia al quarto posto in Italia. Il primato è del Lazio con 10 inchieste, poi c’è la Campania con 9 e a seguire la Lombardia con 7. Un censimento che riguarda il mondo della politica ma anche quello della Sanità, estendendosi pure al settore degli appalti pubblici.

«Le tante inchieste – spiegano da Libera – ci raccontano di una corruzione ormai normalizzata, che come una vera patologia nazionale alimenta una sfiducia diffusa nelle istituzioni democratiche, disimpegno e astensionismo. E nonostante l’aggravarsi del fenomeno assistiamo ad un progressivo allentamento dei freni inibitori e contrappesi istituzionali, a seguito di controriforme legislative, come la legge Nordio». Riferimento quest’ultimo all’abolizione del reato di abuso d’ufficio dal codice penale. Un colpo di spugna datato 9 agosto 2024 con il ddl Nordio, disegno di legge che prende il nome del all’attuale ministro della Giustizia. Le prime ripercussioni sono quelle avute nel processo Università bandita, in cui diversi imputati erano proprio accusati di abuso d’ufficio. Ma questa è una storia diversa finita pure sul tavolo della corte costituzionale. Tra le principali inchieste sulla corruzione in Sicilia del 2024 c’è quella che ha coinvolto l’ormai ex vicepresidente della Regione Luca Sammartino. Nome di punta del blitz Pandora con il processo che si aprirà il 14 marzo 2025. Dalla procura di Catania a quelle di Palermo e Marsala. Nei mesi scorsi due inchieste hanno riguardato l’ex senatore del Partito democratico Nino Papania. Il politico, che da tempo aveva abbandonato i dem per avvicinarsi con decisione al Movimento per le Autonomie, è finito dietro le sbarre nell’ambito del blitz Irene e poche settimane dopo è stato coinvolto in un’inchiesta per un presunto giro di corruzione e per una frode all’Unione europea. Una lobby – così è stata definita dai pubblici ministeri – che sarebbe stata costantemente impegnata a esaudire desideri privati e cortesie, sfruttate poi per chiedere voti e controprestazioni varie in occasione di tornate elettorali: coinvolti anche consiglieri comunali e loro familiari.

Di presunte mazzette nelle forniture ospedaliere si è parlato anche con l’inchiesta Vasi comunicanti della procura di Catania. A luglio, quando vennero eseguite le misure cautelari, emersero i nomi di alcuni tra i principali luminari del mondo della cardiologia siciliana. Nell’ordinanza si faceva riferimento a «un sistema basato sulla sistematica commissione di numerosi atti corruttivi a opera dei medici e delle rappresentanze delle società di distribuzione locale di multinazionali produttrici di dispositivi medici». Da luglio però bisogna fare un salto alla scorsa settimana perché questa inchiesta è stata archiviata su richiesta della stessa procura di Catania. Le altre due inchieste sulla corruzione del 2024 in Sicilia sono quelle delle procura di Messina. La prima a maggio scorso ha riguardato il centro clinico privato NeMO Sud e il Policlinico del capoluogo peloritano. Tra le nove persone coinvolte anche l’assessora regionale alla Sanità Giovanna Volo. Due mesi prima, a marzo, era finito in manette Maurizio Croce, ex assessore regionale che ha ricoperto pure l’incarico di commissario per il dissesto idrogeologico. Decisive per l’inchiesta dei magistrati furono le confessioni dell’imprenditore – attuale sindaco di Maletto – Giuseppe Capizzi. A fine novembre il tribunale ha accolto le richieste di patteggiamento degli imputati: Croce è stato condannato a tre anni, sette mesi e dieci giorni; Capizzi a due anni con pena sospesa.

«Si tratta – commenta Francesca Rispoli, copresidente nazionale dell’associazione Libera- di un quadro sicuramente non esaustivo, per quanto significativo. Da un lato, infatti la liberalizzazione delle procedure di appalto e l’abrogazione dell’abuso d’ufficio hanno reso più difficile l’acquisizione di elementi probatori per la magistratura; dall’altro, le forme più insidiose di corruzione si fondano oggi su una formale legittimità degli atti pubblici piegati a potenti interessi privati, cui corrispondono contropartite smaterializzate (favori, appoggi politici, etc.), o anch’esse formalmente lecite, come i finanziamenti alle campagne elettorali. Una corruzione ormai legalizzata, di fronte alla quale l’azione repressiva è ormai impotente».


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