Foto da sito della Regione Siciliana

Il Consiglio delle Autonomie Locali: il paradosso siciliano dell’«allineamento al resto d’Italia»

C’è un’ironia sottile, quasi beffarda, nel vedere la Sicilia «allinearsi al resto d’Italia» con un ritardo che sfiora il quarto di secolo. Mentre il Paese corre (o inciampa) verso l’autonomia differenziata, la Regione Siciliana, la madre di tutte le autonomie speciali, ha appena licenziato in Giunta il disegno di legge per l’istituzione del Consiglio delle Autonomie Locali (Cal). Un atto che, sulla carta, dovrebbe finalmente dare voce ai sindaci nei processi legislativi regionali, ma che all’occhio attento del cronista appare come l’ennesimo maquillage istituzionale in un momento di profonda crisi tra il centro palermitano e la periferia dell’Isola.

Un allineamento fuori tempo massimo

Il Consiglio delle Autonomie Locali è previsto dall’articolo 123 della Costituzione fin dalla riforma del Titolo V del 2001. Quasi tutte le regioni a statuto ordinario lo hanno recepito e reso operativo da decenni. La Sicilia, protetta (o prigioniera) dal suo statuto speciale, ha guardato da lontano, preferendo la gestione diretta e spesso verticistica del rapporto con i territori.

Il via libera della giunta Schifani a questo disegno di legge non è solo un atto dovuto, ma un tentativo politico di ricucire lo strappo con l’Anci Sicilia. Solo poche settimane fa, il presidente dell’associazione dei comuni Paolo Amenta parlava apertamente di «macerie» dopo che l’Assemblea regionale siciliana aveva bocciato norme cruciali. Come il terzo mandato per i sindaci dei piccoli comuni e la figura del consigliere supplente. In questo contesto, l’istituzione del Consiglio delle Autonomie Locali rischia di essere percepita non come una conquista democratica, ma come un contentino formale a fronte di una reale impotenza finanziaria e decisionale dei Comuni.

Il Consiglio delle Autonomie Locali: ponte o muro?

Secondo il disegno di legge, il Consiglio delle Autonomie Locali sarà l’organo di consultazione tra la Regione e gli enti locali. Dovrebbe esprimere pareri (spesso non vincolanti) sulle leggi che riguardano bilanci, funzioni degli enti locali e riforme amministrative. Il rischio critico è evidente: la creazione di un ennesimo organismo elefantiaco che si aggiunge alla pletora di uffici e commissioni già esistenti, senza però avere il potere di incidere realmente sulla spesa. In una Sicilia dove i Comuni sono perennemente sull’orlo del dissesto, dove la riscossione dei tributi è una chimera e i fondi extra-regionali restano incagliati nelle maglie della burocrazia, un organo consultivo rischia di essere una cattedrale nel deserto. Se non accompagnato da una riforma finanziaria che restituisca dignità ai sindaci.

Le ombre della politica regionale

Nelle ultime 12 ore, le agenzie di stampa battono notizie che stridono con questo slancio di partecipazione democratica. Mentre si parla di dare voce ai territori attraverso il Consiglio delle Autonomie Locali, il governo Schifani è impegnato in un delicatissimo rimpasto di giunta. Un gioco di incastri tra democristiani, autonomisti e forzisti, oltre al condizionamento dei Fratelli d’Italia e della Lega, che sembra ignorare le reali urgenze delle province.

Così la cronaca recente ci restituisce un’immagine della Sicilia a due velocità. Da una parte gli annunci di «stabilità finanziaria» e «successi legislativi» (come la recente variazione di bilancio da 1,8 miliardi di euro). Dall’altra l’urlo dei territori che si sentono abbandonati. I sindaci siciliani non chiedono solo un posto a tavola per consultarsi. Chiedono risorse per le strade che crollano, per l’emergenza idrica che attanaglia l’agricoltura e per una burocrazia regionale che spesso agisce come un tappo anziché come un volano.

Un passo avanti o una finta di corpo?

L’allineamento della Sicilia al resto d’Italia sul Consiglio delle Autonomie Locali è un segnale di normalizzazione istituzionale che va accolto positivamente, ma con estrema cautela. Senza una vera riforma dei Liberi consorzi (le ex Province, rimaste in un limbo giuridico ed economico da anni) e senza un serio decentramento delle risorse, il Consiglio delle Autonomie Locali sarà solo un altro acronimo in un organigramma già troppo affollato. Se la Sicilia vuole davvero essere speciale, non può limitarsi a copiare con 25 anni di ritardo gli strumenti di partecipazione delle altre regioni. Deve avere il coraggio di trasformare il Consiglio delle Autonomie locali in un organo di reale controllo e proposta, capace di mettere fine alla stagione del centralismo palermitano. Altrimenti, l’allineamento resterà solo sulla carta, mentre la distanza tra il Palazzo e la strada continuerà a crescere.


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