C’era veramente bisogno di questi tre prequel?

 

Titolo: Star Wars ep. III – La vendetta dei Sith (Stars Wars: ep. III – Revenge of the Sith).
Regia, soggetto e sceneggiatura: George Lucas
Fotografia: David Tattersall
Musica: John Williams
Montaggio: Roger Barton e Ben Burt
Interpreti: Ewan McGregor, Hayden Christensen, Natalie Portman, Samuel L. Jackson.
Produzione: Lucasfilm Ltd.
Origine: U.S.A. 2005
Durata: 126’

Terzo ed ultimo episodio della serie di prequel dedicati da George Lucas alla saga delle avventure ambientate nell’ormai leggendaria “galassia lontana lontana”.

Liberiamoci subito della cronaca: tra Repubblica e separatisti impazza ormai la guerra e mentre il Cancelliere Palpatine trama per trasformare l’assetto democratico della galassia in una monarchia assoluta, Anakin Skywalker completa il suo percorso di avvicinamento al lato oscuro della Forza.

Il difetto fondamentale di questo “Star Wars ep. III – La vendetta dei Sith”, difetto che lo accomuna ai suoi due precedenti capitoli, è la patologica mancanza di poetica della narrazione e del racconto. La differenza primaria tra questi episodi e i primi tre della serie (primi in ordine di produzione) sta infatti nell’inaridimento di quella peculiare dimensione epica e mitologica che aveva caratterizzato in modo così totalizzante il primo trittico di pellicole di Lucas.

Ciò che di quei film ebbe maggiore presa sul pubblico fu proprio il fatto che essi non erano semplici storie di evasione ma che in loro era presente anche una certa innovativa creatività, una determinata e assolutamente originale cosmologia di caratteri e personaggi, nonché un’affascinante dimensione filosofica del racconto. La spiegazione del famoso concetto di “Forza” era solo e sempre accennata (così da creare un attraente mistero sulla sua reale identità e dimensione), i cavalieri Jedi erano pochi e misteriosi e le spade laser si brandivano raramente. In questi ultimi tre episodi invece la saga si è trasformata da racconto epico-filosofico ad “americana” action-polpettoniana, in cui i duelli con spade laser sono frequentissimi e simili nelle coreografie agli scontri resi celebri dalla serie di “Matrix”, il concetto di “Forza” è eccessivamente esternalizzato e quindi, per questo, reso più banale e le battaglie spaziali sono talmente confusionarie ed “isteriche” da risultare rimbecillenti per lo spettatore.

Altro capitole è quello degli effetti speciali. Nella prima trilogia delle “Guerre Stellari” gli effetti speciali erano si innovativi per l’epoca, ma usati in maniera equilibrata all’interno della vicenda, cioè erano strumentali al racconto e non il racconto stesso. La narrazione era resa più solida proprio da un uso oculato di effetti visivi che finivano per rendere più affascinante il complesso dell’opera. In questi suoi ultimi “tre” invece George Lucas usa gli effetti speciali in maniera eccessiva trasformandoli da un utile strumento di racconto ad oggetto primario del racconto.

In pratica il supporto del computer si è trasformato da mezzo della narrazione a fine della narrazione finendo per fagocitare qualsiasi altro tentativo di dare spessore alla vicenda attraverso un valida attività di scrittura artistica. Impossibile infatti risulta non notare come ad esempio in “Star Wars ep.III” la sceneggiatura sia un semplice contorno, un pretesto per un uso “dittatoriale”  degli effetti speciali. Certo dal punto di vista tecnico la saga è assolutamente indiscutibile, ma d’altronde sarebbe doppiamente negativo il giudizio su questi film se con i soldi spesi per realizzarli anche da questo punto di vista fossero risultati carenti.

La recitazione risulta nel complesso poco valida sia in quest’ultimo episodio che nei due precedenti. Ewan McGregor manifesta tutta la sua incapacità, peraltro comprensibile, nel doversi relazionare nel recitato con personaggi il più delle volte virtuali, finendo per apparire insicuro anche nelle scene in cui invece ha dei partner in carne ed ossa, mentre Natalie Portman, solitamente molto brava, ed Hayden Christensen sono veramente imbarazzi nei loro duetti amorosi per artificialità recitativa. Inoltre le sequenze con protagonisti i due giovani attori sono calati come dei corpi morti all’interno di più ampie scene di fragorose battaglie senza nessun tipo di mediazione narrativa a livello di sceneggiatura. Questo finisce per renderle ancora più posticce ed inutili di quanto non appaiano già per colpa delle suddette poco incisive interpretazioni.

 

Quello della recitazione è un altro elemento forte che differenzia i due trittici di film: infatti per il primo Lucas usò vecchie glorie di Hollywood come Alec Guinness e Peter Cushing che dettero in quanto ad esperienza un supporto qualitativo non da poco durante la lavorazione sul set  e giovani ed ambiziose promesse della recitazione come Mark Hamill, Harrison Ford e Carrie Fisher che trasmisero alla pellicola la stessa energia e voglia di emergere di cui loro stessi erano animati. Mentre per il secondo l’utilizzo da parte del regista di affermate e il più delle volte viziate, star, ha sottratto alle opere quel quid in più di forza, spontaneità e maturità artistica di cui esse avevano certamente bisogno.

Una trilogia quest’ultima di cui non si sentiva veramente il bisogno e che rappresenta il perfetto manuale di tutto ciò che si dovrebbe fare per rovinare quanto di buono si è fatto in passato. Ma si sa che l’uomo è volubile ed egocentrico (quelli di spettacolo in particolar modo) e Lucas non è riuscito a resistere alla tentazione di tornare al centro della scena e fare un’altra bella quantità di soldi, sfornando tre pellicole in cui si è impegnato e che “sentiva”, molto meno rispetto alle precedenti.

 

Infine una curiosità: quando Lucas creò la saga di “Star Wars”  nella seconda metà degli anni ’70, la pensò in nove episodi. Quindi il pericolo è che ci potremmo trovare fra vent’anni con il buon Gorge, ormai ultraottantenne, deciso a raccontarci, magari tramite futuristici metodi di proiezione olografica tridimensionale, le avventure dei figli e dei nipoti Luke, Han, Leila e di tutti gli altri protagonisti dell’epopea di “Guerre Stellari”.

 


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