Il fedelissimo di Messina Denaro e l’ascesa dell’imprenditore Prenci. Tra affari e tensioni in famiglia: «Per porco lo pigliai e per porco lo lasciai»

«L’artefice della sua nascita, del suo sviluppo e delle sue ingenti ricchezze». Ci sarebbe il defunto capomafia Vito Gondola dietro il successo imprenditoriale di Luigi Prenci. Classe 1970, originario di Mazara del Vallo, in provincia di Trapani, Prenci da ieri si trova dietro le sbarre. Sottoposto alla misura cautelare in carcere perché indagato di concorso esterno in associazione mafiosa nell’ambito di un blitz della guardia di finanza che vede indagate 18 persone. Le attenzioni degli investigatori si sono concentrate ancora una volta nel mandamento mafioso di Mazara del Vallo, al cui interno si spartiscono gli affari quattro famiglia di Cosa nostra: oltre a quella di Mazara sono ancora attive le compagini criminali di Salemi, Vita e Marsala. Territori che l’imprenditore Prenci conosce molto bene essendo attivo nel settore ittico, ma anche nei supermercati, nell’allevamento e commercio di carni e in quello caseario. Affari di un certo spessore che avrebbero avuto la loro vera genesi il 16 marzo del 2005.

Quel giorno Prenci costituisce la società Pre.Ma. Nell’affare entra anche un secondo uomo. Non è una persona qualunque. Si tratta di Giovanni Mattarella, sposato con Rosaria Gondola. La donna non è altro che la figlia di don Vito Gondola, morto a 79 anni nel 2017. Nel 2015 le forze dell’ordine lo catturarono perché ritenuto il gestore dei pizzini di Matteo Messina Denaro. Tra i due ci sarebbe stato un legame così forte che l’allora latitante lo avrebbe messo a capo proprio del mandamento di Mazara del Vallo, raccogliendo l’eredità di Mariano Agate. Storie della vecchia Cosa nostra che riavvolgono il nastro dei ricordi a personaggi come Totò Riina e la strage di Capaci.

Le vicende che invece coinvolgo il 54enne Prenci sono più recenti. Dopo la morte di Gondola l’imprenditore non si sarebbe tirato indietro e, secondo le accuse, avrebbe aiutato economicamente i parenti del boss. Un sostegno basato su versamenti da mille euro su una carta prepagata PostePay intestata al socio Giovanni Mattarella ma in uso alla moglie e alla figlia. Quando però nel 2015 il commerciante finisce in carcere con il blitz Ermes (lo stesso che riguardò il boss Gondola, ndr), Prenci avrebbe provato a distanziarsi dai Gondola, forse perché intimorito di essere coinvolto anche lui in una retata. Troppo espliciti i riferimenti alle ricariche durante le telefonate e troppo nervosismo nell’ambiente. Sarebbe iniziato così un lungo periodo di dissidi: tra ricariche effettuate in ritardo e vere e proprie intimidazioni. La prima risalirebbe al 20 settembre 2020, quando due uomini aprono il cancello di un terreno in cui l’imprenditore custodisce gli animali del suo allevamento, la secondo sul finire dello stesso anno. Il 9 dicembre Prenci viene aggredito in un’area all’esterno del caseificio e alla spedizione partecipò un nipote acquisito di Gondola. Intanto il suo comportamento sarebbe stato commentato con una buona dose di colore durante un colloquio in carcere tra Mattarella e la moglie: «Per porco lo pigliai… per porco lo lasciai», diceva l’uomo senza troppi giri di parole.

Prenci però, almeno stando alle accuse, non avrebbe intrattenuto rapporti solo con Mattarella e i Gondola. Negli atti dell’inchiesta che lo ha portato in carcere viene evidenziato il rapporto tra l’imprenditore e Roberto Riserbato, figlio di Antonino uomo d’onore in Cosa nostra e dipendente dello stesso Prenci. I due, insieme, avrebbero investito per l’acquisto del motopeschereccio Elisabetta Genovese. Ci sono poi i presunti rapporti con Domenico e Pietro Centonze. Cugini e figure note nel panorama mafioso della provincia di Trapani e più volte rimasti imbrigliati nella rete della giustizia. In un dialogo intercettato tra l’imprenditore e uno dei due cugini si faceva riferimento alla creazione di un consorzio per il latte, così da incrementare il prezzo e, secondo la ricostruzione nell’ordinanza, imporlo nel territorio di Mazara del Vallo. Per gli inquirenti Prenci sarebbe stato un imprenditore a disposizione di Cosa nostra, assecondandone le richieste e assumendo parenti e affiliati all’interno delle sue società.


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