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Caltanissetta, antenna Rai rimane ancora al suo posto
Sit-in contro abbattimento. «C'è progetto per riutilizzo»

L'opera è al bivio tra l'eliminazione e la riqualificazione. Da una parte rema Raiway per evitare i costi di manutenzione. Si oppongono ambientalisti e intellettuali. «Archeologia industriale è sottovalutata», dice lo scrittore Enzo D'Antona a Direttora d'aria

Gabriele Patti

Doveva essere smantellata già a partire da oggi l'antenna della Rai. Ma, complice il sit in organizzato da comitati cittadini, consiglieri comunali e ambientalisti (tra i quali Italia nostra, LegambienteParco antenna Sant'Anna), i lavori per l'abbattimento dell'antenna Rai non sono ancora partiti. Inaugurata nel 1951 e spenta dal 9 agosto 2004, il traliccio alto 286 metri (tra le cinquanta antenne più alte di Italia) sebbene sia un simbolo storico e culturale della città, dopo quasi vent'anni rischia di essere demolito. Le sorti dell'antenna sono legate in parte alla battaglia legale tra Raiway e la Regione Siciliana. Il primo round si è svolto al Tar e si è già concluso con la statuizione che sull'antenna non gravi alcun vincolo paesaggistico tale da impedirne la demolizione. La sovrintendenza ha dato il via libera, ma istituzioni e cittadini non ci stanno. 

In attesa che la Regione decida se impugnare la decisione dei giudici amministrativi, il Comune di Caltanissetta ha già stilato un progetto. «Oggi non sono partiti i lavori di smantellamento - spiega il sindaco di Caltanissetta Roberto Gambino a Direttora d'Aria -, Raiway ha mandato una comunicazione di incantieramento ma mancano ancora alcuni documenti». In mezzo ci sarebbero i sospetti che nell'aria ci sia una speculazione edilizia. Ovvero: un interesse dei privati ai quali l'antenna potrebbe risultare ingombrante. «Escludo la presenza di appetiti vari - assicura Gambino -, il vigente piano regolatore, fatto salvo per una piccola zona, individua l'area come parco urbano». Di contro, però, Raiway ha tutto l'interesse all'abbattimento perché essendo in disuso sarebbero solo costi di manutenzione per quello che tutt'oggi rappresenta un simbolo archeologico industriale. «Non solo - prosegue Gambino -, è anche una tecnologia innovativa, perché poggia su due sfere, il sostegno è integrato dai tiranti e funziona come un ponte sospeso». Insomma, per il sindaco, «l'antenna va mantenuta e i cittadini tutelati». 

La soluzione, sebbene con l'aiuto dei fondi del Pnrr, arriverebbe proprio dal Comune. «Abbiamo fatto un progetto con il consorzio universitario di Caltanissetta - dice il sindaco -, che è in linea con il bando del Pnrr che prevede il riutilizzo di edifici in disuso». Ma prima di potere attuare il progetto, sarebbe necessario acquistare l'antenna dalla Rai. «Per reimpiegarla come centro di rilevazione di eventi atmosferici e di ricerca - spiega Gambino -, ma attendiamo risposta dal dipartimento della Coesione territoriale», per un investimento complessivo di 70 milioni di euro destinati non solo alla riqualificazione dell'antenna, ma anche della collina di Sant'Anna su cui è installata e della vecchia sede della Banca di Italia. «Per l'antenna prevediamo di impiegare 12 milioni di euro», sostiene Gambino. 

«D'altronde - chiosa in trasmissione Enzo D'Antona, giornalista e scrittore nisseno ma da anni trasferito a Trieste -, se si facesse un referendum, il cento per cento dei nisseni voterebbe a favore del mantenimento». Perché si tratta di un segno distintivo sul territorio dell'epoca del dopoguerra. «È il faro di una città non bagnata dal mare e non può essere smantellato per mettere altro - sostiene D'Antona - credo sia un monumento alla nostra storia da tenere e manutenere riverniciandolo ogni tanto». Sul tavolo degli imputati c'è la poca attenzione che la Sicilia concentra sul patrimonio archeologico industriale. «Capisco che, sul piano dei beni culturali, siamo abituati all'abbondanza - dice D'Antona - e l'antenna ci sembra secondaria, tuttavia in molte zone del Nord sarebbe più valorizzata». Come Trieste in cui al porto resiste una vecchia gru. Varata nel 1914, ma completata nel 1931, dichiarata poi bene di interesse culturale come pezzo di archeologia industriale della città, Ursus (questo il nome della gru, ndr), è un'opera che risale all'epoca in cui il capoluogo friulano apparteneva all'impero austriaco. «Adesso hanno stanziato un milione di euro per rinverdirla - dice D'Antona -, si pensa addirittura di avviare un ascensore». Ma, per D'Antona, la verità è che «l'archeologia industriale in Sicilia viene abbastanza sottovalutata anche per incapacità di reperire i fondi».

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