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Siracusa, petrolchimico e il nodo transizione ecologica 
Regione chiede aiuto a Roma con un dossier sulla crisi

L'obiettivo è il riconoscimento di più fondi per il polo industriale. Così potrebbero arrivare i soldi per gli investimenti legati all'ambiente con l'obiettivo di raggiungere zero emissioni nel 2050. Per la Cgil però «manca un piano di riconversione» 

Gabriele Patti

Foto di: Isab

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Siracusa come Taranto? No. Almeno secondo le intenzioni della Regione. Piuttosto, il risultato a cui ambisce Palazzo d'Orleans è il riconoscimento di un'area di crisi industriale complessa per il polo petrolchimico Siracusano. Una definizione che individua i territori soggetti a recessione economica e perdita occupazionale di rilevanza nazionale non risolvibile con risorse di esclusiva competenza regionale. Il riconoscimento si ottiene tramite la richiesta da parte della Regione al ministero dello Sviluppo economico. In questo caso il nodo della vicenda riguarda uno specifico settore industriale con elevata specializzazione sul territorio: il petrolchimico. Il rischio è che aziende del calibro di Lukoil, Sonatrach che ha sostituito Esso, Sasol, Versalis, Erg Power e Air Liquid lascino il territorio. Con il pericolo di perdere oltre settemila posti di lavoro in un settore che nel 2020 ha prodotto un valore aggiunto di circa 700 milioni di euro.  

Per questo motivo oggi la Regione, dopo la concertazione con i sindacati e Confindustria Siracusa, ha presentato il dossier per chiedere al Mise il riconoscimento dell'area di crisi. Obiettivo che aprirebbe le porte anche ai finanziamenti legati all'ambiente. «Siamo convinti che il polo abbia la necessità e il diritto di ottenere questo riconoscimento - ha detto il presidente della Regione Nello Musumeci in occasione della presentazione del documento -, nell’ottica di una riconversione necessaria per salvaguardare oltre settemila posti di lavoro» e adeguarlo alle indicazioni comunitarie e nazionali in materia di transizione ecologica. In particolare si parla di 7500 addetti fra diretti e indiretti. «Perché - ha spiegato Musumeci - senza il riconoscimento e le conseguenti risorse finanziarie sarebbe difficile pensare di accompagnare il processo di riconversione e stimolare nuovi investimenti». «In Sicilia questa procedura non ha mai portato bene - precisa a MeridioNews il segretario provinciale Cgil Roberto Alosi - perché abbiamo visto la crisi ma non la riconversione industriale in chiave ecologica».

Un esperimento, neanche tanto nuovo, che dovrebbe consentire l'attivazione di risorse pubbliche necessarie ad abbattere i costi di investimento delle imprese. E che trova i suoi precedenti nella costituzione dell'area complessa a Gela, in provincia di Caltanissetta, e a Termini Imerese, nel Palermitano. Riconoscimenti, questi ultimi, che stando a quanto affermano i sindacati non hanno avuto gli effetti sperati. «Il riconoscimento in queste zone non ha funzionato granché - commenta il segretario Cgil -, il punto è che non si deve mirare alla chiusura ma alla riconversione del settore industriale». Una circostanza, per Alosi, a cui non può darsi seguito senza il rispetto di un accordo di programma e, prima ancora, con l'apertura di un tavolo di confronto con le multinazionali per stabilire passaggi e scadenze precise per puntare alla transizione ecologica». 

A Siracusa, però, la situazione è leggermente diversa dagli altri poli siciliani, «perché - sottolinea Alosi - qui non c'è una vera e propria crisi di comparto e, per il momento, nessuna azienda sta delocalizzando». Piuttosto, in questo caso e a differenza dei precedenti, la richiesta di riconoscimento funge da atto preventivo per evitare future e possibili crisi dell'indotto. «Bisogna intervenire con le bonifiche, con progetti di sostenibilità ambientale, per cambiare il paradigma industriale - dice Alosi - altrimenti rischiamo davvero di trovarci inghiottiti in una situazione di crisi complessa». La strada è già tracciata a livello nazionale: bisogna raggiungere gli obiettivi di riduzione del 55 per cento di Co2 entro il 2030 e l'azzeramento entro il 2050. Nel merito, e precedenti a parte, la Cgil mostra perplessità con riguardo alla relazione tecnica stilata da Izi spa (ditta a cui si è rivolta la Regione) in particolare sui livelli occupazionali. «La relazione è stata ricognitiva della produttività e delle perdite subite - dice Alosi -, ma ci appare sottostimato il bacino di occupazione che, considerando gli appalti e l'intero indotto, ammonta a circa 15mila addetti». Quasi il doppio delle stime presentate dalla Regione.  

Al contempo, le principali imprese hanno predisposto un progetto da oltre 3 miliardi di investimento che punta ad avviare il processo di decarbonizzazione produttiva e di miglioramento dell’efficienza energetica. «Sono ipotesi di investimenti diversificati», spiega Alosi. Stando alla ricostruzione del sindacalista, entro il 2026 Lukoil sarebbe disponibile a investire quasi due miliardi e Sasol 200 milioni. Sontrach, invece, 500 milioni entro il 2030. «Tutte indicazioni di massima - sostiene Alosi - che nascono nell'ottica di un impulso per raggiungere l'obiettivo economico tramite soldi pubblici e privati». In parole povere, «se arrivano i fondi pubblici noi potremmo fare la nostra parte», sarebbe il messaggio delle aziende al governo nazionale. Soldi di cui, però, la somma complessiva non è facile da definire. «Di sicuro si tratta di risorse ingenti - ammette il sindacalista - che superino e non poco le somme messe a disposizione dai privati», dice. Il nodo da sciogliere, però, sarebbe un altro. «Un cambiamento così radicale - così come quello da realizzare - comporta la riconversione professionale e un aggiornamento dei lavoratori, e di questo nella relazione non si fa alcun cenno». 

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