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Falsi dati Covid, Musumeci revoca contratto a dirigente
Salta Letizia Di Liberti, intercettata con l'assessore Razza

La scelta riporta all'attenzione il reintegro del braccio destro del governatore alla guida dell'assessorato. L'ormai ex numero del Dasoe si trova sospesa dal tribunale per il rischio di inquinamento delle prove. Misura cautelare presa dal gip dopo che Razza si era dimesso

Simone Olivelli

Foto di: gds

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Prima la parabola del figliol prodigo e poi i proverbi di Salomone, con quel riferimento ai due pesi e due misure. L'indagine sui falsi dati Covid, e soprattutto i risvolti che la stessa finora ha avuto, considerato che ancora il lavoro dei magistrati non è stato chiuso, offre ripetuti richiami alla Bibbia. Eppure questa storia sembra avere poco di sacro. Delle sacre scritture, semmai, a tratti sembra richiamare le atmosfere belligeranti. E per quanto sia presto per stabilire se l'ormai ex dirigente generale Maria Letizia Di Liberti dichiarerà guerra, si può essere abbastanza sicuri del fatto che non prenderà con un sorriso la decisione del governo Musumeci di avviare l'iter per la revoca del proprio incarico. Il documento, di quattro pagine, è stato votato la scorsa settimana dalla giunta su proposta dello stesso presidente. 

Di Liberti è la principale indagata insieme all'assessore Ruggero Razza nell'inchiesta che, ancor prima dei profili penali sulle false dichiarazioni che hanno accompagnato i conteggi del numero dei positivi e dei morti per Covid, ha aperto il dibattito sull'inopportunità con cui sarebbe stato trattato il tema. È Di Liberti la persona a cui Razza suggerisce di «spalmare i morti», per evitare che l'arretrato accumulato nella raccolta dei dati potesse allarmare l'opinione pubblica. Per i magistrati, però, dietro quella strategia ci sarebbe stata anche la volontà di rappresentare una situazione più rosea così da evitare che da Roma arrivassero restrizioni più forti per la Sicilia. Anche perché l'accusa è convinta che a essere ballerini fossero anche i dati comunicati al ministero relativi ai tamponi.

A distanza di quasi tre mesi dallo scoppio dell'inchiesta, in un primo tempo portata avanti dalla procura di Trapani e poi passata per competenza a Palermo, Razza è tornato alla guida dell'assessorato alla Salute, per desiderio dello stesso Musumeci che, dopo avere accolto le dimissioni del proprio braccio destro, ha affermato che quanto c'era da chiarire aveva trovato risposta. Di Liberti, invece, si trova attualmente sospesa dai pubblici uffici per disposizione del gip del tribunale di Palermo: nella propria ordinanza, che poi ha resistito anche al Riesame, il giudice ha limitato il proprio provvedimento alla necessità di evitare un possibile inquinamento delle prove mentre ha escluso il rischio di reiterazione. In altre parole la sola presenza di Di Liberti ai vertici dell'assessorato alla Salute avrebbe potuto intralciare la prosecuzione delle indagini, tra testimoni da ascoltare e documenti da rintracciare. Tale tipo di riflessioni non è stato necessario farle nei confronti di Razza, in quanto, nel momento in cui i pm palermitani hanno preso in mano il fascicolo e valutato quali misure cautelari chiedere per gli indagati, l'uomo di fiducia di Musumeci non era più assessore. Quindi non avrebbe in alcun modo potuto inquinare l'attività degli uffici né tantomeno reiterare il reato.

In precedenza, comunque, neanche la procura di Trapani aveva chiesto misure cautelari per Razza. Mentre la gip trapanese Caterina Brignone nella propria ordinanza si era soffermata sull'assessore sostenendo che il suo contributo nella condotta illecita aveva avuto un «peso decisivo, tenuto conto della carica ricoperta e della copertura politica assicurata all’operato della dirigente generale del Dasoe (Di Liberti, ndr)». La stessa giudice aveva poi aggiunto che «considerata la natura e le verosimili finalità degli illeciti commessi, sarebbe difficile se non impossibile ipotizzare un attivarsi del vertice dirigenziale in assenza di avallo dell’organo politico». 

Mentre sul fronte giudiziario la sensazione è che il lavoro degli inquirenti non sia finito, la novità è arrivata così dalla pubblica amministrazione. Nella delibera che dà il la alla revoca del contratto da dirigente con Maria Letizia Di Liberti, si fa riferimento all'articolo 57 del contratto collettivo dei lavoratori della Regione Siciliana, quello riguardante gli effetti del procedimento penale sul rapporto di lavoro. La norma, tuttavia, non tratta nello specifico il tema delle revoche, bensì quello delle sospensioni. Che sono automatiche in caso di misure restrittive della libertà personale - come i domiciliari a cui Di Liberti è stata sottoposta fino a metà aprile - e discrezionali nel caso di indagine a piede libero. Il caso della prossima ex dirigente è diverso, in quanto la sospensione è stata decisa dal tribunale. 

Ma cosa c'è dietro la decisione presa dal governo Musumeci? Stando a quanto trapela dai corridoi dell'assessorato, la risposta va cercata nella necessità di dare al Dasoe un nuovo dirigente generale. Al momento, infatti, il dipartimento che è stato guidato da Di Liberti fino al momento dell'indagine è retto ad interim da Mario La Rocca, il dirigente generale che sempre all'assessorato alla Salute guida il dipartimento regionale per la pianificazione strategica. Oltra al naturale sovraccarico di lavoro, la nomina di La Rocca aveva destato perplessità confluite in un'interrogazione presentata all'Ars dal Movimento 5 stelle: i pentastellati, infatti, hanno riportato alla memoria un provvedimento con cui nell'estate 2018 Musumeci, prendendo atto di alcuni conflitti d'interesse dichiarati da La Rocca, aveva disposto che a firmare gli atti a rischio fosse Di Liberti

«Musumeci, come al suo solito, è arrivato in ritardo con questo provvedimento di revoca», taglia corto il deputato regionale Francesco Cappello. Più critico, invece, Claudio Fava. «Musumeci si conferma quello che è: forte con i deboli - dichiara a MeridioNews il presidente della commissione regionale Antimafia - Afferma il principio sanzionatorio nei confronti della dirigente mentre per Razza ha ribadito che non c'erano motivi per non restituirgli l'assessorato. Un'applicazione di due pesi diversi dettata da una scelta di furbizia e necessità». 

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