Foto di Anthony Barabagallo

Il Pd fa opposizione a se stesso: richiesta di dimissioni per il segretario Barbagallo

L’ultimo atto della commedia dell’arte politica. È quella andata in scena ieri a Termini Imerese, con la direzione regionale del Pd siciliano che avrebbe dovuto sancire la linea per l’imminente stagione elettorale. E che, invece, si è trasformata nell’ennesimo regolamento di conti interno. Il bersaglio è il segretario regionale Anthony Barbagallo. Nel mirino di una coalizione interna che unisce anime storicamente distanti, ma oggi coalizzate dal comune obiettivo di un cambio della guardia. I centristi di Energia Popolare (l’area che, a livello nazionale, fa capo a Stefano Bonaccini) e la sinistra interna di Left Wing. Che hanno messo nero su bianco la richiesta formale di dimissioni del segretario Pd siciliano Barbagallo.

La resa dei conti a Termini Imerese

L’esito delle ultime tornate elettorali amministrative e i costanti sommovimenti all’interno dell’Assemblea Regionale Siciliana hanno scoperchiato un vaso di Pandora mai davvero sigillato. La mozione degli sfidanti muove da un’analisi impietosa dello stato di salute del partito nell’Isola. Denunciando una gestione verticistica e personalistica delle scelte strategiche; una scarsa valorizzazione dei territori a vantaggio dei soliti feudi elettorali e, infine, una incapacità di dettare l’agenda politica all’Ars. Lasciando spesso l’iniziativa alle altre forze di opposizione – in primis il Movimento 5 Stelle – o, peggio, prestandosi a geometrie variabili d’aula. Che finiscono per fare il gioco della maggioranza di centrodestra guidata da Renato Schifani. Una leadership regionale che, per le opposizioni interne, non può guidare il partito verso le Regionali 2027.

La mappa del potere: un partito diviso tra feudi e correnti

La frammentazione del Pd siciliano non è una novità dell’ultima ora, ma una caratteristica strutturale che affonda le radici nella complessa geografia politica dell’Isola. Somigliando più a una confederazione di potentati locali, dove i leader territoriali esercitano il controllo su pacchetti di tessere e candidature. Da un lato c’è l’asse catanese e della Sicilia orientale che fa riferimento allo stesso Barbagallo. Dall’altro le storiche roccaforti della Sicilia occidentale (Palermo e Trapani in primis) e le aree interne, dove i maggiorenti locali rispondono a logiche nazionali diverse.

Energia Popolare rappresenta l’anima più moderata e amministratrice, forte del radicamento di molti sindaci e amministratori locali che mal digeriscono le direttive calate dall’alto. Left Wing, di contro, contesta la mancanza di una netta identità progressista e una subalternità al M5s nel tentativo di costruire un campo largo. Che, nell’Isola, stenta a decollare. E, quando lo fa, produce coalizioni fragili e litigiose. Il risultato è un immobilismo cronico. Ogni nomina, ogni capogruppo, persino la scelta dei componenti delle commissioni parlamentari all’Ars diventa oggetto del mercanteggiare.

L’opposizione che fa opposizione a se stessa

Ma, mentre i dirigenti del Pd si accapigliano a Termini Imerese sulle percentuali correntizie, i dati della Sicilia raccontano una realtà drammatica. Dicendo al centrodestra di Renato Schifani – pur lacerato e in difficoltà nel tradurre in pratica i programmi di governo – che può dormire sonni (abbastanza) tranquilli. Perché il principale partito di opposizione è troppo occupato a fare opposizione a se stesso, per poterla operare in modo efficace al governo della Regione. Pensando agli uomini e alle correnti, anziché al metodo, per costruire un’alternativa credibile. Una sostanza che non cambierebbe con un passo indietro di Barbagallo, senza una radicale rifondazione delle dinamiche interne.


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