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Termovalorizzatori o utilizzatori? Due nomi stesso risultato
Ma il vero fallimento resta ancora quello della differenziata

L'idea del presidente Nello Musumeci di realizzare un impianto che produca energia trattando rifiuti continua a tenere banco. I dubbi però sono diversi. Alcuni cerca di chiarirli a MeridioNews il professore di Unict Federico Vagliasindi

Dario De Luca

Foto di: Jason Blackeye

Foto di: Jason Blackeye

Un termine che non è passato inosservato, forse anche perché poco utilizzato nel linguaggio comune. A pronunciarlo è stato il presidente della Regione Nello Musumeci durante la conferenza stampa sui rifiuti convocata giovedì scorso a Catania. «Non possiamo restare schiavi delle discariche private. In tutto il mondo per assorbire la quota non differenziabile ci sono i termoutilizzatori», ha detto il governatore annunciando la pubblicazione di un bando, da affidare comunque ai privati, per la costruzione di un inceneritore nei prossimi anni. Una soluzione che molti giornali hanno preferito annunciare con il più usato «termovalorizzatore». «La differenza tra questi due termini è piccola. Ognuno utilizza una parola che cerca di introdurre qualcosa di nuovo ma, in sostanza, si tratta di produrre energia o calore da un processo dove la materia è il rifiuto non recuperato o non recuperabile», spiega a MeridioNews Federico Vagliasindi, professore di Ingegneria sanitaria e ambientale all'Università di Catania.

In Sicilia, l’obiettivo del 65 per cento di raccolta differenziata continua a essere un’utopiaLe discariche sono sature e alcune attendono novità sulle richieste di ampliamento, in mezzo la situazione limite in cui molti cittadini la tassa sui rifiuti nemmeno la pagano. Una programmazione colabrodo che si trascina ormai da oltre un decennio, tra scandali e rimpalli di responsabilità, ma che adesso sembra avere presentato il conto finale. «Il sistema della differenziata non è maturo e dipende dal fatto che la filiera dell’impiantistica non è completa - continua Vagliasindi - In una condizione di autosufficienza, saremmo stati in grado di gestire i rifiuti nel nostro territorio ma adesso si lavora al trasporto all’esterno, in termovalorizzatori in Italia e in Europa. Questa è una ipotesi quasi raccapricciante o comunque piuttosto negativa, perché significa non riuscire a completare la filiera».

Considerazione quest’ultima che si riallaccia alla questione differenziata. A partire dai numeri che vengono sbandierati sulle percentuali di raccolta. «Se l’organico da compostare non è raccolto bene, quando entra in un impianto, dovrà essere selezionato al ribasso e in alcuni casi si registrano dei respingimenti perché l’impianto non accetta quello che viene inviato. Il che significa un aumento del fabbisogno in discarica». Ma perché sono piene? «Non si è spinto sull’impiantistica a livello provinciale. È chiaro che così - risponde il docente - il sistema salta perché strutture per accogliere l’emergenza sono diventate discariche per la normalità. Il problema grosso sono, infatti, le aree metropolitane». Conti alla mano non incide nulla nel quadro regionale se un Comune con poche migliaia di abitanti si attesa sopra il 65 per cento di differenziata. «Il problema sono le grosse città. Accolgono più della metà della popolazione ma si trovano troppo indietro rispetto ai piccoli centri abitati. Una spinta molto forte è quella che potrebbe arrivare dalla riduzione dei rifiuti, sfuggendo al sistema delle raccolte differenziate». 

Nei piani di Musumeci i termoutilizzatori potrebbero vedere la luce in pochi anni ma gli interrogativi sul punto sono diversi. Dalle tecnologie per il trattamento dei rifiuti, passando per dimensioni della struttura e la capacità di lavoro. In Liguria si è discusso per esempio della calibratura di un impianto, creato quando la differenziata era al 35 per cento e quindi, in caso di aumento delle percentuale, nel paradossale rischio di dovere accogliere immondizia da fuori regione per potere lavorare. «Vengono progettati con le migliori tecnologie disponibili e i migliori standard per il settore. È ovvio che ci sono evoluzioni ma non in pochi anni - continua Vagliasindi - I rifiuti siciliani di oggi se dovessero essere portati all’estero andrebbero in termovalorizzatori creati 10 o 15 anni fa». Ultimo punto è quello del rischio inquinamento. Sul punto, il tecnico cerca di chiarire alcuni aspetti: «Bisogna sfatare alcuni luoghi comuni - conclude - Nessuno pensa di realizzare impianti che in condizioni normali inquinino. Ci sono decine di industrie autorizzate che hanno permessi alle emissioni con i relativi limiti. Oggi ci sono dei sistemi di abbattimento che fanno passare molto poco come disposto dalle norme sulle emissioni e il sistema di monitoraggio della qualità dell’aria». 

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