Nebrodi, le vacche sacre nelle terre tolte alla mafia Mucche vicine ai clan per frenare lavoro e sviluppo

Le tubature dell’acqua tranciate, le recinzioni tagliate e da ultimo dodici mucche inselvatichite riconducibili a una delle famiglie colpita da interdittiva antimafia, fatte entrare proprio nei terreni sottratti al controllo dei clan. Lì dove il Comune ha iniziato un progetto di sviluppo e lavoro. A Troina, sui Nebrodi, l’ombra delle famiglie mafiose torna ad allungarsi prepotentemente, e prende la forma delle vacche sacre.

Un modo di ostentare la presenza della criminalità sul territorio, di cui la ‘ndrangheta per prima si è giovata a lungo. Per anni animali inselvatichiti, un tempo appartenuti alle ‘ndrine calabresi, sono stati lasciati scorazzare e distruggere recinzioni e uliveti nella piana di Gioia Tauro, arrivare fin dentro paesi e cimiteri, senza che nessuno, per paura, osasse toccarli. Fino a quando lo Stato, con un’apposita task force, ha deciso di reagire catturandone quasi quattrocento nell’ultimo anno e mezzo. Oggi sembrerebbe che alcune famiglie dei Nebrodi, colpite recentemente da interdittiva antimafia, vogliano appropriarsi di questo sistema, per continuare e imporre la propria presenza in terreni che gli sono stati tolti.

Il sindaco di Troina Fabio Venezia ha presentato un esposto alla Direzione distrettuale antimafia di Catania, attraverso i carabinieri di Cesarò, e ha informato le prefetture competenti di quanto sta avvenendo nei terreni gestiti dall’Azienda silvo pastorale, partecipata dal Comune. Circa due settimane fa qualcuno qualcuno ha tagliato la recinzione e fatto entrare dodici mucche nell’ampia porzione di bosco dove sono stati collocati i cento asinelli ragusani su cui si basa l’azienda zootecnica pubblica più grande d’Italia creata dal Comune, che entro tre anni dovrebbe portare lavoro e turismo, grazie alla produzione di latte d’asina, la ristrutturazione di un immobile trasformato in geo-resort ed escursioni. E intanto sei giovani sono stati assunti per sei mesi attraverso le borse lavoro. Ad agosto, però, sono arrivate le prime avvisaglie: le tubature dell’acqua che servono ad abbeverare gli asini vengono tranciate. 

Le guardie dell’Azienda silvo pastorale sono riuscite a fotografare le vacche. Una di queste è munita di un bottone, la targhetta applicata dietro le orecchie su cui è indicato un codice. Attraverso il bottone si è riusciti a risalire alla storia dell’animale che sarebbe riconducibile alla famiglia dei Conti Taguali. A ottobre 2017 la società Conti Taguali srl ha ricevuto un’interdittiva antimafia da parte della prefettura di Catania, a cui è seguita la revoca da parte dell’azienda silvo pastorale di Troina delle concessioni di circa 1300 ettari di terreni nel territorio di Cesarò. Proprio una parte di quei boschi oggi ospita gli asini della legalità. 

Amministratore unico dell’impresa è Giuseppe Conti Taguali, già condannato per invasione di terreni. Il fratello Sebastiano Conti Taguali è a sua volta legato da parentela alla famiglia mafiosa Bontempo Scavo, avendo sposato la figlia di Sebastiano. I cognati Rosario e Carmelo, inoltre, sono stati condannati definitivamente all’ergastolo nel processo Icaro-Romanza. A fare parte della società oggetto di interdittiva è anche la moglie di Giuseppe Conti Taguali, Carmela Pruiti, con tre fratelli assassinati con modalità mafiose e ritenuti interni o vicini alle cosche dei Nebrodi. 

Già lo scorso novembre nei boschi liberati dalla cappa mafiosa era stata segnalata la presenza di mandrie sospette, ma gli animali erano scomparsi dopo la segnalazione del Comune di Troina alle autorità competenti. Oggi la criminalità sembra alzare nuovamente il tiro. L’amministrazione troinese va avanti nel suo progetto e, pur volendo mantenere un profilo basso, lancia l’allarme e chiede alle autorità competenti di intervenire. Per ribadire la presenza dello Stato in un territorio che tenta faticosamente di rinascere.


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