A che punto è la notte. Tra no euro e rivolte, come peggiorare una crisi terribile

Come i nostri affezionati lettori sanno bene, questo giornale si è schierato a favore di un’uscita dall’euro quando ancora praticamente nessuno ne parlava – se non sparuti gruppi della sinistra estrema, a cui si sono aggiunti un paio d’anni fa economisti capaci ma da fini non del tutto cristallini –  dedicando addirittura due cicli al tema dei “cambi fissi” e innumerevoli articoli sparsi.

L’euro schiaccerà l’Europa

E’ quindi con una certa triste soddisfazione che notiamo come il tema “uscire dall’Euro”, se non maggioritario, sia diventato senz’altro all’ordine del giorno di quasi tutte le discussioni sulla crisi. Tutto si sta dunque incanalando per il verso giusto? La luce della razionalità economica si fa lentamente strada nel buio delle terribili incomprensioni degli economisti mainstream e di una larga fetta dell’opinione pubblica? Purtroppo no, le cose non stanno proprio così.

L’accentuarsi della crisi  – che, come spiegato più volte, ha ben poco a che fare con le perversioni della classe politica di questo paese o col debito pubblico – ha inevitabilmente fatto fiorire una serie di personaggi che allo stesso modo degli sciacalli che si aggirano sulle rovine di una battaglia, cercano – oltre che di razzolare i pochi beni rimasti – anche di far dimenticare di essere corresponsabili dello situazione in cui ci siamo venuti a trovare. E così costoro organizzano convegni contro l’euro invitando economisti cresciuti nella greppia berlusconiana, che hanno ricette a voler essere generosi avventuriste, quando non semplicemente convenienti alla fascia ricca della popolazione.

Un volantino sulla manifestazione del 9 dicembre

Questi pezzi di ceto politico unitisi con economisti in cerca di ministero, non contenti dei disastri creati sin qui si sono adesso anche messi a cavalcare il giusto risentimento di interi strati della popolazione. Una popolazione sbandata, va detto, che troppo spesso non riesce a vedere nulla, finendo ingannata da semplicistiche parole d’ordine contro la Kasta e che diventa facile preda di sporchi maneggioni che minacciano chissà che ritorsioni contro altri diseredati: ovviamente gli immigrati, gli zingari che rubano bambini, gli ultimi della terra. Cioè proprio coloro ai quali dovrebbero sentirsi più vicini.
Diventa perciò di particolare importanza in questi tristi tempi che ancora ci attendono, cercare di non abdicare dal nostro ruolo “critico”. Di mantenere distinte le giuste rivendicazioni di protesta da sedicenti comitati organizzatori finanziati in modo oscuro, ma soprattutto di spiegare e ancora spiegare che se il portafogli è vuoto è colpa di Marchionne e della Troika finanziaria, non dello zingaro o dell’immigrato. La colpa della Kasta, che ancora ieri a Palermo organizza convegni con alcuni di questi economisti mai critici prima del 2009, non è solo quella di essere stata malandrina, di aver rubato come volgari ladri di polli, ma quella di essere stata del tutto supina a politiche che hanno letteralmente depredato non tanto un paese (i grandi capitali sono al sicuro e il divario tra ricchi e poveri cresce anche in Italia) quanto intere fasce di popolazione. Perché non è vero che non abbiamo niente da perdere: c’è in gioco ancora un bene supremo, il nostro incanaglirsi verso i nostri stessi simili e in fin dei conti la nostra stessa libertà.


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