«Do il buon esempio mandando un contributo»

“La mafia è dovunque, a Palermo, a Catania, come a Milano, Napoli, Roma, annidata in tutte le strutture come un inguaribile cancro”, scriveva Giuseppe Fava nell’83 su “I siciliani”, un giornale battagliero e coraggioso che si è cercato di mettere a tacere assieme al suo direttore. Fava aveva visto giusto. Oggi sappiamo che la mafia è una realtà non solo regionale ma nazionale e costituisce una delle ragioni dell’arretratezza del nostro paese. Se non facciamo pulizia, se non tagliamo con severità i rapporti fra le mafie e le strutture dell’amministrazione pubblica, fra le mafie e le banche, fra le mafie e alcune zone buie della magistratura, non ne usciremo, come diceva Fava.
IL 5 gennaio dell’84 Giuseppe Fava viene ucciso brutalmente da mani mafiose e il giornale –tutti lo pensano e lo suggeriscono- si accinge a chiudere. Ma i redattori che hanno lavorato con Fava, mettendo nell’impresa le loro energie, i loro stipendi spesso non pagati, il loro tempo, il loro coraggio, la loro passione civile, decidono di non chiudere.
Sarebbe stato logico che la società siciliana li ripagasse non solo comprando il giornale ma anche finanziandolo con pubblicità e sostegno. Invece no. IN Sicilia chi con coraggio fa il suo dovere, viene prima o poi punito. Così succede che per anni “I siciliani” si trovi completamente privato di pubblicità e sappiamo quando sia importante per la sopravvivenza della informazione il sostegno della pubblicità. Molti cittadini comprano il foglio ma nessuno industriale o commerciante ci mette più una lira. Si cerca in tutti i modi di fare tacere una voce libera.
Ora dopo più di vent’anni dalla morte del suo direttore, i redattori che nel frattempo hanno inventato altri giornali e altre riviste, vengono attaccati con spirito punitivo per via legale. Alcuni giornalisti fra cui Graziella Proto, Elena Brancati, Claudio Fava, Rosario Lanza e Lillo Venezia, membri del Cda della cooperativa che stampava il giornale, rischiano di perdere le loro case “per il puntiglio di una sentenza di fallimento che si presenta venticinque anni dopo a reclamare sui debiti della povera cooperativa”. “ Il precetto di pignoramento è stato già notificato, senza curarsi di attendere nemmeno la sentenza di appello.” Una delle case pignorate è quella in cui è nato e cresciuto Giuseppe Fava. Ma il paradosso, che fa pensare appunto a una punizione per via burocratica, è che il creditore principale, l’Ircac, è un Ente regionale disciolto da anni.
IN una città come Catania, che ha un debito colossale dovuto a cattiva amministrazione, una città in cui gli sprechi sono all’ordine del giorno, ci si accanisce contro dei giornalisti coraggiosi che hanno avuto il solo torto di dire le cose come stanno.
Darò il buon esempio mandando 200 euro alla Fondazione Giuseppe Fava, presso il Credito siciliano, agenzia di Cannizzaro, 95021 Acicastello (CT) IBAN IT22A0301926122000000557524. Causale “Per I Siciliani”. Spero che altri mi seguano.


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