Non solo arresti e braccialetti elettronici: il riconoscimento e la prevenzione della violenza sulle donne passa anche dai tribunali in cui si decide delle separazioni e dell’affidamento dei figli. Dove il rischio può essere scambiato per conflittualità familiare. È il cuore della ricerca condotta dal centro antiviolenza etneo Thamaia in collaborazione con il dipartimento di […]
Violenza maschile nelle cause di separazione: a Catania analizzati 105 casi tra rischi e sottovalutazioni
Non solo arresti e braccialetti elettronici: il riconoscimento e la prevenzione della violenza sulle donne passa anche dai tribunali in cui si decide delle separazioni e dell’affidamento dei figli. Dove il rischio può essere scambiato per conflittualità familiare. È il cuore della ricerca condotta dal centro antiviolenza etneo Thamaia in collaborazione con il dipartimento di Giurisprudenza di UniCt e il tribunale etneo. Ad analizzare 105 fascicoli – su famiglia, separazioni e affidamento dei figli, con dichiarazioni o prove di violenza maschile contro le donne – è stata la ricercatrice Veronica Malfa, seguita dalla professoressa Adriana Di Stefano. Con una domanda di fondo: quelle informazioni sono state riconosciute?
I dati della violenza sulle donne in famiglia
I dati presentati mostrano come in oltre il 90 per cento dei fascicoli i figli minori risultino esposti alle violenze. «Ma solo nell’8,57 per cento dei casi sono riconosciuti come vittime autonome», spiegano. E in meno del 10 per cento delle situazioni analizzare è stato valutato il rischio di escalation della violenza, Un dato che fa il paio con lo studio di oltre una trentina di relazioni tecniche, in cui prevale – per oltre la metà dei casi – la descrizione di un generico modello conflittuale. I casi con un invito alla mediazione rappresentano meno del 5 per cento, ma si tratta – secondo le studiose – di un «dato assolutamente positivo in ottemperanza alle indicazioni della Convenzione di Istanbul». Primo trattato internazionale vincolante sulla violenza di genere e domestica.
Riconoscere la violenza come passo fondamentale
«Il modo in cui le istituzioni riconoscono o no la violenza maschile non è mai neutrale – commenta la presidente di Thamaia Anna Agosta -. Da quel riconoscimento dipendono la possibilità per una donna di uscire dalla violenza, la sicurezza di figli e figlie e la concreta attuazione dei suoi diritti fondamentali». L’idea della ricerca, partita proprio dall’esperienza del centro antiviolenza, è di ampliare lo sguardo e l’analisi dalla risposta penale alla violenza di genere. Andando a guardare nelle aule in cui si decide il destino dell’affidamento dei figli. Sempre più spesso con l’applicazione della bigenitorialità, ma con il rischio di non tenere conto dei segnali di allarme specifici.