Emergenza casa in Sicilia, Giambona: «40mila famiglie in difficoltà e da Roma niente fondi»

Oltre 40mila famiglie siciliane soffrono di disagio abitativo e i fondi per il contributo affitto restano insufficienti. A lanciare l’allarme è Mario Giambona, deputato all’Ars in quota Pd. «Nonostante un primo segnale nell’ultima finanziaria regionale – chiarisce -, l’attuale misura è limitata e penalizza single, anziani, coppie e famiglie monoparentali. Concentrandosi quasi esclusivamente sui nuclei con almeno tre persone. Ma il diritto alla casa deve essere garantito a tutti i cittadini in difficoltà». Un diritto a cui, però, la politica nazionale sembra essere sorda, lasciando le Regioni a vedersela da sé.

Il disinvestimento nazionale

«La crisi abitativa in Sicilia non può essere compresa senza considerare il progressivo disinvestimento a livello nazionale nelle politiche per la casa», sottolinea ancora il deputato. All’inizio della legislatura, nel 2022, il governo guidato da Giorgia Meloni aveva annunciato un piano da 10 miliardi di euro destinato all’housing sociale. Con l’obiettivo di incrementare il patrimonio di edilizia residenziale pubblica e riqualificare gli alloggi esistenti. Un intervento che, nelle intenzioni dichiarate, avrebbe dovuto contribuire ad affrontare in maniera strutturale l’emergenza abitativa.

Dalle promesse ai magri fatti

«A distanza di pochi anni, tuttavia, quell’annuncio si è ridimensionato – riferisce Giambona -. Nel 2026 le risorse stanziate per il cosiddetto Piano Casa ammontano a circa 920 milioni di euro. Una cifra notevolmente inferiore rispetto alle promesse iniziali e insufficiente a produrre un significativo aumento dell’offerta di alloggi pubblici. Il risultato è che la realizzazione di nuove abitazioni popolari è rimasta solo sulla carta, mentre gli interventi si sono concentrati su operazioni circoscritte di manutenzione e riqualificazione del patrimonio esistente».

L’azzeramento del bonus affitti

A questo si aggiunge un secondo elemento che ha aggravato la condizione delle famiglie in difficoltà: l’azzeramento del Fondo nazionale per il sostegno all’accesso alle abitazioni in locazione. Fino agli ultimi governi di centrosinistra, il fondo disponeva di circa 330 milioni di euro annui. Da ripartire tra le regioni per sostenere gli inquilini con redditi più bassi, attraverso il cosiddetto contributo affitto. In Sicilia, l’ultima annualità erogata ha consentito a circa 19mila nuclei familiari di ricevere un sostegno economico per il pagamento del canone. La soppressione di questa misura ha privato migliaia di famiglie di uno strumento fondamentale di contrasto alla povertà abitativa, contribuendo ad ampliare il divario tra domanda e accessibilità alla casa.

Più turisti, meno case per i residenti (specie se soli)

Secondo Mario Giambona, il problema abitativo in Sicilia è aggravato anche dagli effetti dell’overtourism. «Ormai sono limitatissimi gli affitti a uso abitativo, specie nelle zone costiere dove c’è una forte pressione turistica», osserva il deputato regionale. La crescente diffusione degli affitti brevi ha, infatti, ridotto in maniera significativa il numero di immobili disponibili per i residenti, contribuendo a far impennare i canoni di locazione. «I pochi immobili rimasti sul mercato abitativo hanno visto i prezzi schizzare alle stelle», afferma il deputato.

«Con le risorse disponibili siamo stati costretti a privilegiare i nuclei familiari più numerosi», spiega. Il Pd ha proposto all’Ars una misura da 5 milioni di euro, che però raggiungerebbe solo 1.600 famiglie circa, a fronte delle 19mila che ne avrebbero bisogno. «Ci rendiamo conto che ci sono giovani soli, pensionati con assegno sociale e anziani che restano senza alcun aiuto», sottolinea il deputato. Nuclei monocomponente che rappresentano una delle categorie più fragili, in quanto «persone che devono affrontare da sole il peso dell’affitto e dell’aumento del costo della vita».

Dalle occupazioni all’uso dei beni confiscati alla mafia

Sul fenomeno delle occupazioni abusive degli alloggi popolari, il deputato invita a valutare il contesto che e le condizioni di disagio che spesso ne sono all’origine. «Si tratta di un tema delicato, che riguarda spesso quartieri caratterizzati da marginalità e fragilità economica – spiega -. Ma non si può tollerare che vi siano persone che occupano immobili togliendo spazio a chi, secondo la normativa, avrebbe diritto ad accedervi». Più interessante, invece, pare la strada che riguarda gli immobili confiscati alle mafie destinati a uso abitativo. «Molti beni abitativi vengono assegnati per attività sociali, enti locali o soggetti del terzo settore», osserva.

Da qui l’idea di avviare un monitoraggio per comprendere le dimensioni del fenomeno e valutare possibili interventi normativi. L’obiettivo sarebbe quello di creare «una sorta di corsia preferenziale per le famiglie che si trovano in difficoltà abitativa», consentendo che una quota degli immobili confiscati e idonei all’uso residenziale possa essere destinata prioritariamente a chi è in graduatoria o vive una condizione di emergenza abitativa. Una proposta che, nelle intenzioni di Giambona, punta a trasformare un patrimonio sottratto alla criminalità in uno strumento concreto di welfare e inclusione sociale.


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