Foto di Cecilia Dubla per International Journalism Festival

Ex pm Caselli sulla morte di Borsellino: «La causa non è il rapporto tra mafia e appalti»

«È fuori dubbio, persino scontata, visto l’esito letale, la pericolosità di Paolo Borsellino nella valutazione di Cosa Nostra. Ma è ragionevole escludere che il rapporto tra mafia e appalti sia stata la causa della sua eliminazione». Sono le parole di Gian Carlo Caselli, ex procuratore di Palermo, sentito in audizione in Commissione parlamentare antimafia a proposito del filone di inchiesta sulla strage di via D’Amelio, che portò alla morte del giudice Paolo Borsellino. Pochi mesi dopo il collega Giovanni Falcone nella strage di Capaci. «È certo che, dopo Capaci, alla ricerca delle cause dell’uccisione dell’amico Falcone, Borsellino intendeva studiare il rapporto tra mafia e appalti di cui aveva avuto copia a Marsala», continua Caselli. Ma «secondo Canale, senza prestargli grande attenzione», aggiunge, facendo riferimento al colonnello dei Carabinieri Carmelo Canale, collaboratore del giudice Borsellino.

Il giudice Paolo Borsellino

Pur sottolineando la stranezza della mancanza di quel rapporto tra gli atti della commissione, Gian Carlo Caselli esclude che possa aver avuto un ruolo determinante nella decisione di Cosa nostra di uccidere Borsellino. E, meno ancora, sull’urgenza di quella morte. «È ragionevole escludere il collegamento di mafia-appalti rispetto all’input dato da Totò Riina a Giovanni Brusca, affinché sospendessero l’attentato contro Calogero Mannino (ex ministro, ndr), per passare urgentemente a quello contro Borsellino». Cosa abbia potuto portare a quella decisione se lo chiede lo stesso Caselli. «Non è dato saperlo con certezza – conclude -. Ma vi sono elementi precisi che portano a ipotizzare che abbia avuto a che fare con l’intervento di Borsellino a Casa Professa. Unico evento di rilievo nuovo, inaspettato che si conosca».

Il riferimento è all’ultimo discorso pubblico di Borsellino del 25 giugno 1992 alla biblioteca comunale di Palermo. Circa un mese dopo l’omicidio di Falcone e meno di un mese prima della strage di via d’Amelio. In quell’occasione, il giudice aveva ripercorso la carriera dell’amico, non condividendo pubblicamente i suoi dubbi sull’attentato ma chiedendo di essere sentito all’interno delle indagini, in qualità di testimone. «Perché, avendo vissuto a lungo la mia esperienza di lavoro accanto a Giovanni Falcone, avendo raccolto tante sue confidenze, questi elementi debbo riferirli all’autorità giudiziaria», diceva Borsellino durante quell’intervento. «Con questo non intendo dire che so il perché dell’evento criminoso avvenuto a fine maggio – specificava – per quanto io possa sapere qualche elemento che possa aiutare a ricostruirlo e, come ho detto, ne riferirò all’autorità giudiziaria».


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