«Mi prendo i tuoi figli e vendo gli organi»: i Laudani e il debito per le arance di Rosarno

Un vecchio debito per una fornitura di agrumi mai saldato, l’intermediazione del clan per dilazionare i pagamenti, l’imposizione di precise ditte per il trasporto su gomma della merce e per lo smaltimento degli scarti di lavorazione: sono solo alcuni degli elementi emersi nell’inchiesta Lumia della guardia di finanza, che nei giorni scorsi ha riportato sotto i riflettori il clan mafioso dei Laudani e la loro storica influenza tra Acireale, Giarre, Aci Sant’Antonio e Aci Catena (nel Catanese). Al centro delle indagini torna Orazio Scuto, alias ‘u vitraru, figura di spicco della cosca: scarcerato nel 2023, sarebbe tornato ai vertici dell’organizzazione, puntando proprio sul redditizio mercato agrumicolo nella fascia pedemontana dell’Etna. In questa storia, che presenta molte similitudini con altre vicende che legano mafia e agricoltura, trova spazio il caso di una ditta di Giarre, specializzata nell’export di agrumi in tutto il territorio nazionale. Apparentemente regolare, l’azienda era in realtà esposta a un pesante condizionamento mafioso, tanto da finire invischiata in un vecchio debito per l’acquisto di arance dalla piana di Rosarno, in Calabria. Un debito che, secondo la ricostruzione degli inquirenti, sarebbe passato da una società all’altra, sempre nell’ambito dello stesso contesto familiare.

A pochi giorni dalla fine del 2021, un uomo con accento calabrese, barba incolta e cappellino si presenta alla porta di uno dei due titolari. È l’emissario della società calabrese che rivendica il pagamento della vecchia fornitura di arance. Al citofono, però, risponde la moglie dell’imprenditore. «Deve venire a pagare le arance in Calabria che si è preso due anni fa – sarebbero state le sue parole riferendosi alla fornitura fatta al padre e allo zio della vittima – altrimenti mi prendo i suoi figli e mi vendo gli organi, avete capito?». Terrorizzato dalle minacce, l’imprenditore decide di muoversi su due fronti: da un lato presenta una denuncia ai carabinieri, dall’altro si sarebbe rivolto ad Angelo Puglisi, riconoscendone lo spessore criminale nel territorio. È proprio grazie alle intercettazioni fatte a quest’ultimo che gli inquirenti iniziano a ricostruire il quadro e comprendono come, in passato, sarebbe stato lo stesso Scuto a intervenire in favore del padre e dello zio dell’imprenditore – le due persone che all’epoca gestivano l’azienda. Un intervento che avrebbe portato a dilazionare nel tempo i debiti e a ridurne l’ammontare complessivo.

Quel debito, nonostante fossero passati circa due anni, però, non era ancora stato estinto. Un’inadempienza che avrebbe indispettito praticamente tutti: i calabresi, furiosi per non aver ricevuto i soldi, e i mafiosi locali dei Laudani, irritati per il mancato rispetto della parola data a Scuto. «Io penso che se uno ti suona al citofono – commentava Puglisi – uno che è uomo si affaccia e dice: “Buongiorno, prego, cosa c’è?”, o sbaglio? Lui ha fatto parlare la moglie. Bestia e deficiente, non ti fare sentire… questo invece sentiva al citofono lui che gli diceva a sua moglie quello che doveva dire». Puglisi, in quella lunga intercettazione finita nell’ordinanza di custodia cautelare, critica l’atteggiamento dell’imprenditore e la sua mancanza di rispetto: «Siccome loro sono convinti che c’è il papà (appellativo con cui veniva chiamato il boss Orazio Scuto, ndr), a te niente, a quello niente… Eh no, gioia, i soldi si devono dare alle persone». Un disappunto talmente evidente che Puglisi, secondo gli inquirenti, avrebbe addirittura prospettato un danneggiamento al magazzino aziendale: «Io gli apro una bombola dentro», diceva.

Il gruppo locale dei Laudani, però, non si sarebbe limitato alle parole. In almeno un’occasione, uno dei due titolari dell’azienda sarebbe stato picchiato. A confermarlo non è solo Puglisi in una delle numerose intercettazioni, ma anche le dichiarazioni rese a verbale dall’imprenditore: «Insieme a Puglisi – si legge – c’erano altri due soggetti di cui non ricordava il nome. Uno era Ivano di Aci Catena, che fa il pugile, mentre l’altro era un certo Leo, che sapeva si fosse poi reso responsabile dell’omicidio della moglie». Dietro il pestaggio, secondo la ricostruzione delle vittime, ci sarebbe stato un motivo preciso e nello specifico, in questo caso, non era il debito con i calabresi. Il boss Scuto e il clan, oltre a imporre le ditte con cui trasportare la merce e a fare da intermediari per i soldi da versare, avrebbero ottenuto la sottoscrizione di un contratto di consulenza per lo stesso Scuto: ufficialmente ingaggiato come procacciatore d’affari. Una mansione mai esercitata, ma comunque pagata mille euro ogni due mesi, che avrebbe rappresentato una copertura formale per versare denaro in modo legale al clan dei Laudani.


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