Odio il tuo gatto!

Si avvicina l’estate, la stagione del sole, degli amorazzi, della vita da spiaggia e delle passeggiate serali. Si avvicina e già ci da occasione di assaporare questi piaceri grazie a temperature piuttosto calde.

Io adoro passeggiare in estate, magari assaggiando un gelato, oppure discutendo con gli amici di tutto fuorché di lavoro. Perchè io d’estate lavoro e più di ogni altro periodo dell’anno: sono un agente di viaggio. Le discussioni tuttavia non sempre sono all’altezza delle mie aspettative, la gente mi incontra e mi chiede la disponibilità in tempo reale dei pacchetti turistici dei loro sogni, oppure, avendo molti amici ingegneri, si discute di aspetti tecnici della loro professione di cui non sono affatto appassionato. Mi divertono invece le discussioni da bar, gli eterni e inconciliabili conflitti calcistici, le considerazioni sulle forme prorompenti di sconosciute passanti. Altre volte ho passato notti a parlare di cartoni animati e telefilm del passato, o di libri amati e odiati o di cinema, e non ho rimpianto un minuto di sonno perso. Ho anche passeggiato in silenzio, contento della compagnia di una persona splendida o delle stelle, lontano dalle luci di troppo abitati centri balneari. Ci sono delle volte, però, in cui il silenzio derivato da incapacità comunicativa dovuta a troppe divergenze di interessi, viene rotto  inevitabilmente da infinite descrizioni sul comportamento del “gatto di casa” del mio inopportuno interlocutore.  Il felino dotato di particolare “movimento della zampetta” pare essere l’ombelicus mundi di ogni conversazione, l’oggetto-soggetto di tutta l’esistenza di colui, molto spesso colei, che gli fornisce il cibo. E mi devono descrivere persino quanta cacca fa e quante volte al giorno, quante difficoltà trovi nel deglutire le medicine atte a risolvere i suoi problemi digestivi,  e quanti soldi hanno speso per l’ultima tac a cui il micino è stato sottoposto. Io li ho visti questi gatti, alcuni magri e silenziosi, capaci di assumere la posizione di un soprammobile di porcellana per ore, altri aggressivi al limite della ferocia, altri così grassi da arrancare nel salire le scale. Questi adorati felini che non sporcano in giro come i cani, che però vengono privati dei loro organi riproduttivi perchè in alcuni periodi sono dei “veri fissati” e si accoppierebbero persino con gli amati peluche di famiglia. Poi ci sono quelli veramente indipendenti e fieri che quando “gli girano” scompaiono per giorni, ma i padroni tendono a dimenticarli. Ora io non odio i gatti in generale, odio solo i gatti delle mie conoscenti, i gatti accentratori e pigri, i gatti che devono per forza entrare in contatto con il mio patrimonio, sempre più esiguo, di bei pensieri. Odio quelli che non trovano di meglio che raccontarti di episodi insignificanti della loro vita, che vedono che ti annoi ma  persistono, inesorabili, invincibili a dirti quanto è buffo il gatto che gli ha appena finito di squartare il divano nuovo, per farsi le unghiette! Odio quelli che hanno la foto del loro comunissimo micio nello screensaver e nel desktop di computer e telefonino, odio coloro che fanno dormire il “pulitissimo” animale insieme a loro e poi mi si accostano provocandomi infiniti starnuti!

Diversi anni fa un professore di filosofia morale dell’università di Catania aveva proposto un corso incentrato sulla emergente etica animalista, mi rammarico di non averlo seguito perchè non era ancora nel mio piano di studio, ma sarei curioso di rinvenirne almeno gli appunti, perchè spesso mi sono posto domande sulla schizofrenia morale dei nostri tempi che tende ad adeguare ai nostri modelli anche quelli di esseri di altra specie, e più questi esseri si modellano a nostra immagine e somiglianza, più ci sentiamo rassicurati nella nostra scelta dei valori che più ci rappresentano. Nell’assimilazione troviamo conferma per i nostri dubbi, mentre è nel confronto che dovremmo trovare gli spunti per crescere. Comunque rimane la sensazione che nel mare di discussioni vane in cui ogni giorno ci immergiamo, alcune volte riusciamo a sprofondare in una “Fossa delle Marianne”, un buco di interesse che intristisce le nostre esistenze, una vivida dimostrazione di pigrizia intellettuale a cui sempre più spesso ci attacchiamo per la paura o l’incapacità di parlare di noi, di ciò che veramente proviamo, di ciò che desideriamo, di tutte gli infiniti sentimenti inespressi, positivi o negativi,  che non trovano migliore rimozione che nel racconto delle incredibili avventure del “gatto senza stivali” che gira per i nostri appartamenti. Quanto preferirei sentirmi dire quanto sono stronzo e antipatico, quanto la mia facciaccia risulti sgradevole ai più che dovermi subire questi racconti, quanto preferirei cambiare anche strada appena ci si incrocia, oppure rimanere in silenziosa contemplazione, in una  reciproca osservazione di particolari che magari ci farebbero cambiare idea sui nostri rapporti! Ma vince sempre l’ipocrisia del gatto, l’ipocrisia di chi finge interesse, e non ne posso più: per cui da oggi in poi a costo di attirare gli strali dei più sensibili urlerò sempre più forte che il vostro adorato gatto mi ha veramente rotto le balle, e voi con lui. Ebbene sì odio il vostro stramaledettissimo gatto e sono fiero di farlo!


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