No alla legalità del consumo critico

da oggi l’avvocato
Stefano Giordano
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Nel linguaggio quotidiano alberga oggi, in maniera sovente impropria, spesso banalizzato, ancor più volte strumentalizzato, il ricorso al concetto di legalità, inteso come antitesi a comportamenti omertosi, o peggio collusi col modus operandi della criminalità, in particolare quella organizzata e mafiosa.

Per un verso, l’evocazione di tale concetto reca in sé il rischio di risultare fuorviante in un duplice senso. Nel linguaggio penalistico, il principio di stretta legalità, cardine dei sistemi liberali e moderni, è strumentale alla realizzazione di un sistema equo, ed è condicio sine qua non della liberazione da tentazioni inquisitorie e autoritarie. Ma non è esso stesso giustizia, anzi a volte può essere tiranno della sua piena esplicazione.

L’attuazione piena del principio di legalità formale, ad esempio, nel processo di Norimberga e, in generale, nei processi contro i criminali nazisti avrebbe comportato per l’indiscusso (oggi) principio di irretroattività della norma penale incriminatrice, l’assoluzione degli imputati, risolvendosi così nella più patente esplicazione del brocardo summum ius, summa iniuria.

Per converso, l’attuazione del puro principio di legalità sostanziale, come accadde nel regime nazionalsocialista, fedele al “puro spirito del popolo”, è divenuto quanto di più illiberale e iniquo l’umanità tutta abbia potuto tollerare.

Per altro verso, tale concetto rischia di apparire impalpabile, evanescente, e in tal guisa pericoloso nell’utilizzo comune che se ne fa nei media e nel linguaggio dell’uomo della strada. Con l’ovvia ed ineluttabile conseguenza che ciascuno, a suo proprio ed esclusivo vantaggio, tenda ad appropriarsene, escludendone per l’effetto nemici o antagonisti , politici e professionali.

Ecco che nasce la legalità del consumo critico, che crea una manichea divisione fra i commercianti buoni e quelli cattivi, sulla base di discutibili consorterie associazionistiche: la legalità dei Sindaci, quella dei partiti politici, degli adulatori di certa magistratura requirente, la legalità dei tutori dell’ordine che talora sconfina nell’abuso, e quella di cui ci narra certa recente cronaca di certa parte del clero che vuole negare le esequie ai condannati per mafia, creando l’asservimento della lex divina a quella umana.

In tutti questi casi , ed in molti altri non menzionati , la legalità , o pseudo- tale non giova al conseguimento del bene comune.

Meglio riscoprire il non meno vago, ma sempiterno, concetto di Giustizia; ciascuno dentro di noi sa cos’è (con un sentire che San Tommaso definiva sindèresi), è buona la Giustizia, non serve il potere, non adula i potenti, non è strumento di divisioni, ma di composizione. Forse è un’utopia, come parlare di Gerusalemme celeste in terra, ma, a differenza della legalità, freddo sillogismo aporetico, la Giustizia ci fa sperare in un mondo migliore, tetragono alle miserie umane che cospargono la nostra quotidianità.

 

 


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