Foto di: I Siciliani Giovani

Montante e Cosa Nostra, la storia di un peccato originale
Protezione degli Arnone, minacce e documenti scomparsi

Salvo Catalano

Cronaca – Cade il concorso esterno, non ci sono prove sufficienti per provare quali sono stati i vantaggi di un legame che però, scrivono i pm, c'è stato. Tra i primi a scoprire una foto compromettente, un colonnello della Dia che, poco dopo, riceve una telefonata dall'imprenditore: «Fai attenzione a quello che fai, altrimenti ti rompo i denti»

Poche ore dopo l'arresto di Antonello Montante, la positività di uno dei suoi avvocati sarebbe potuta suonare quasi strana. «Dopo quattro anni - diceva il legale Nino Caleca - l'indagine per concorso esterno finisce comunque con un nulla di fatto, non sono stati trovati riscontri all'iniziale ipotesi accusatoria». Eppure il paradosso della vicenda che ha portato ai domiciliari l'ex numero uno di Confindustria Sicilia sta proprio qui. L'indagine della Procura di Caltanissetta nasce nel 2014 grazie alle dichiarazioni di un pentito, e l'ipotesi è che Montante abbia favorito Cosa Nostra nissena. Oggi tuttavia l'imprenditore viene arrestato non più con quell'accusa, ma perché avrebbe creato un sistema - basato sulla corruzione di esponenti delle istituzioni - utile a difendersi dall'accostamento con la mafia, nascondendo ogni rapporto con i rappresentanti di Cosa Nostra, e salvaguardando l'immagine di paladino dell'antimafia che aveva contribuito alla sua folgorante carriera. 

Un'ossessione finalizzata a nascondere il suo peccato originale: gli «acclarati e qualificati rapporti con esponenti, anche di spicco, di Cosa nostra radicata nel territorio di cui egli è originario», che i pm di Caltanisetta mettono nero su banco nell'ordinanza. E che però non bastano a contestargli l'accusa di concorso esterno. La trama che garantisce all'imprenditore un silenzio lungo decenni sembra quella di un film: un tenente colonnello della Dia minacciato - «Fai attenzione a quello che fai, perché altrimenti ti rompo tutti i denti» - per aver trovato, otto anni fa, una foto di Montante insieme al capomafia di Serradifalco; documentazione compromettente portata via dalla sede di Confindustria Caltanissetta; pressioni sui testimoni chiamati dalla Procura nissena. 

IL RAPPORTO CON GLI ARNONE
Secondo sei pentiti, i rapporti di Montante con Paolino Arnone e soprattutto col figlio Vincenzo, mafiosi di Serradifalco, ed entrambi suoi testimoni di nozze, risalgono già agli anni '80. È Salvatore Ferraro a raccontare come nel 1985 Paolino Arnone avesse «a cuore» l'imprenditore, «a cui stava dando una mano d'aiuto finanziandolo economicamente per consentirgli di espandere la sua attività imprenditoriale, al tempo modesta». La Procura è partita da qui per provare a dare forza alla sua tesi: l'attività di Montante si è servita di capitali mafiosi per ampliarsi? Nessuna prova, al di là del racconto del collaboratore di giustizia, è stata trovata, complice anche il lungo tempo trascorso. I pm sottolineano solo che «la creazione di fondi neri» - accertata e in parte destinata a finanziare politici regionali - «può offrire un riscontro generico alla vicenda e non specifico rispetto all'eventuale destinazione di somme (in contropartita di quelle originariamente elargite) in favore di esponenti dell'organizzazione mafiosa».

«FAI ATTENZIONE, ALTRIMENTI TI ROMPO TUTTI I DENTI». LA MINACCIA AL COLONNELLO DELLA DIA
Una traccia
del legame con gli Arnone, in realtà, viene fuori già otto anni fa. Durante l'operazione Doppio Colpo, il colonnello Letterio Romeo, all'epoca a capo della Direzione investigativa antimafia di Caltanissetta, arresta Vincenzo Arnone e perquisisce la sua abitazione, trovando una foto che ritrae il mafioso insieme a Montante. Pochi giorni dopo Romeo avrebbe ricevuto una telefonata da parte di Montante: «Fai attenzione a quello che fai, perchè altrimenti ti rompo tutti i denti, hai capito? Fai il bravo, altrimenti ti rompo tutti i denti». La ricostruzione è contenuta in un documento che viene pubblicato da un anonimo su internet, per poi scomparire, misteriosamente così come era comparso. La Procura di Caltanissetta fa in tempo ad acquisirlo agli atti. E i pm decidono di interrogare Romeo e Nicolò Marino, all'epoca il magistrato che ha coordinato le indagini, poi assessore di Crocetta e tra gli accusatori di Montante. «Tutto ciò mi risulta - dichiara Marino davanti ai pm nisseni - non solo perché me lo comunicò immediatamente Romeo, ma per aver visto la relazione di servizio da questi redatta che riporta esattamente il contenuto di ciò che ho letto nel documento mostratomi. Preciso che ho perfettamente ricordo della circostanza perché Romeo era rimasto molto turbato dalla telefonata che aveva ricevuto, che aveva percepito come una vera e propria minaccia nei suoi confronti. Ricordo, infatti, che inizialmente la polizia giudiziaria non aveva sequestrato le foto che ritraevano Montante con Arnone, sicché dovette tornare, su mio input, alcuni giorni dopo gli arresti, presso I'abitazione di Arnone per recuperarle». Dal canto suo, Romeo riferisce invece di non ricordare la telefonata di Montante e di non aver redatto nessuna relazione, per poi precisare di «non poter escludere» quest'ultima circostanza. Per la Procura, che lo ha formalmente indagato, «si tratta di un comportamento inqualificabile e connotato da reticenza». 

ARNONE TESTIMONE DI NOZZE DI MONTANTE
Nel 2011, circa un anno dopo questi fatti, Montante viene interrogato, nell'ambito di un altro procedimento, dalla Procura di Caltanissetta, che gli chiede conto dei suoi rapporti con Vincenzo Arnone. «Siamo stati compagni di scuola dalle elementari e sino alla seconda media - afferma - a vent'anni non ci si rendeva conto del perché il papà di Arnone fosse tanto rispettato». Dice di non ricordare se Arnone gli fece da testimone alle nozze (notizia pubblicata per la prima volta da I Sicilia Giovani nel 2014), «nella concitazione di quella mattina... Ci siamo sposati nel giro di venti giorni, non ricordo se Vincenzo, che c'era al matrimonio, abbia firmato lui l'atto di matrimonio come testimone». Dichiarazione curiosa, a maggior ragione perché, annotano i pm, proprio un anno prima Montante «si era rinfrescato la memoria», chiedendo il certificato di nozze alla parrocchia. E ancora l'ex numero uno di Confindustria sostiene di aver scoperto la mafiosità di Arnone solo nel 2000-2001. «Alla fine degli anni 90 - scrive nel 2013 Montante al comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza riunito a Caltanissetta - Vincenzo scopriva, dopo una giovinezza vissuta nella normalità, di possedere la vena dell'uomo d'onore come suo nonno». Eppure già nel 1992 il pentito Leonardo Messina aveva indicato in Vincenzo Arnone un uomo d'onore, esattamente come il padre Paolo, morto suicida proprio in quell'anno. Accuse che avevano avuto risalto anche sui giornali.

I DOCUMENTI SCOMPARSI DALLA SEDE DI CONFINDUSTRIA
Per poter insabbiare i rapporti con Arnone, Montante avrebbe avuto un altro precedente da sistemare. E porta nella sede di Confindustria, da cui scompaiono una serie di documenti, tra cui quelli utili a ricostruire l'elezione dell'imprenditore a presidente di Confindustria giovani, nel 1996, e l'iscrizione delle ditte di Montante all'associazione degli industriali. Secondo la Procura due momenti chiave per dimostrare l'asse Montante-Arnone. Il pentito Dario Di Francesco (braccio destro di Arnone per lungo tempo e poi reggente del clan a Serradifalco) racconta dell'interesse di Vincenzo Arnone per l'elezione di Montante alla guida dei giovani industriali della provincia, sia «per amicizia personale», sia perché «puntava ad avere una rappresentanza nell'associazione degli autotrasportatori» in Assindustria. «Dopo l'elezione di Montante, Arnone mi disse anche che era stato inserito all'interno dell'associazione industriali come uno dei quattro saggi», aggiunge il collaboratore di giustizia. Quell'elezione, denuncia Marco Venturi (ex amico di Montante e suo grande accusatore), «avvenne per acclamazione ed ebbi la sensazione che fu imposta da qualcuno, non vi fu alcun dibattito». 

Altro passaggio importante è l'iscrizione della Gimon, impresa di Montante, ad Assindustria. In quel periodo veniva chiesto ad altri associati di presentare le nuove aziende e di firmare la scheda di adesione, facendosene garanti. Secondo quanto ricostruito dalla Procura, uno dei firmatari per l'ingresso della Gimon fu proprio Vincenzo Arnone. 

I pm nisseni ricostruiscono questi due episodi incrociando molte testimonianze, di pentiti e di appartenenti all'associazione degli industriali a quell'epoca. Ma non trovano alcun documento. Scomparsi, o forse, stando a quanto emerso dalle indagini, portati via da Montante, «per ragioni di sicurezza». Nel corso dell'interrogatorio di ieri l'imprenditore si sarebbe detto disponibile a fornire alcuni documenti in suo possesso alla Procura.

LA PROTEZIONE DI COSA NOSTRA SU MONTANTE E LE ASSUNZIONI
Verificato il rapporto di amicizia e confidenza tra Montante e Vincenzo Arnone, la Procura ha cercato di ricostruire quali sarebbero stati i vantaggi dell'imprenditore e di Cosa Nostra da questo legame. Ed è qui che gli elementi non hanno retto l'ipotesi di concorso esterno. «Può però dirsi senz'altro dimostrato - annotano i pm nelle conclusioni - che Montante abbia goduto della protezione degli esponenti di Cosa Nostra nello svolgimento dell'attività imprenditoriale», anche quando è stato «impegnato in iniziative imprenditoriali in altri contesti territoriali, grazie alla protezione della famiglia di Serradifalco». In cambio l'imprenditore avrebbe assunto personale e fatto lavorare ditte indicati da esponenti mafiosi. 

I MOTIVI DELLA MANCATA CONTESTAZIONE DEL REATO DI CONCORSO ESTERNO
Ma a questi elementi non sono corrisposte prove sufficienti e considerato che il principale pentito accusatore, Di Francesco, benché ritenuto attendibile, non ha mai incontrato direttamente Montante e ha anzi modificato in alcuni casi la sua versione dei fatti, la Procura ha scelto di non contestare il reato di concorso esterno. «Le complessive risultanze procedimentali - scrive la Procura - pur consentendo di raggiungere quei significativi approdi che in questa sede si è cercato di offrire all'attenzione del giudice, non sono dotati, allo stato, di quella soglia probatoria che deve necessariamente assistere l'astratta configurabilità di ipotesi di reato e non sono pertanto idonee ad un proficuo ed utile esercizio dell'azione penale».