Un egittologo italiano a Luxor trova le prove dell’epidemia di San Cipriano

L’ARCHEOLOGO INSEGNA ALLA KORE DI ENNA

Sensazionale scoperta a Luxor in Egitto grazie al lavoro di Francesco Tiradritti, archeologo e docente dell’Università Kore ad Enna . Tiradritti che è un egittologo, ha rinvenuto le prove dell’ “Epidemia di San Cipriano”  l’unica testimonianza archeologica della pandemia che sconvolse l’Impero Romano.

L’esito della missione archeologica guidata appunto da Tiradritti è stato comunicato alla presenza del docente, dal presidente della Kore Cataldo Salerno. Presenti alla conferenza stampa oltre al direttore generale Salvatore Berrittella, Flavia Zisa, presidente del corso di laurea in Archeologia e i docenti Claudio Gambino e Paolo Barresi. La scoperta è destinata a segnare una svolta nella riconducibilità storica della cosiddetta “Epidemia di San Cipriano”.

Questa pestilenza si verificò tra il 251 e il 270 d.C. ed arrivò a mietere circa 5000 vittime al giorno nella sola capitale dell’Impero. Per questo motivo, dagli storici l’epidemia è stata considerata una delle cause dell’indebolimento dell’Impero stesso. Da alcune fonti pagane venne addirittura interpretata come un segno premonitore della fine del mondo.
Ma dietro questa scoperta di Tiradritti vi sono quindici anni di duri sacrifici consistenti in scavi nel Complesso funerario di Harwa e Akimenru, a Luxor. Va ricordato che Tiradritti è direttore della Missione Archeologica Italiana a Luxor (Mail). Il ritrovamento, frutto di un lungo e meticoloso lavoro è stato definito dagli addetti ai lavori “di eccezionale valore scientifico” ed è stato già riportato sulle più importanti riviste del settore in ambito internazionale.
La scoperta dell’archeologo toscano ha consentito di ricostruire le modalità di smaltimento dei cadaveri adottate per far fronte al dilagare del morbo. Tiradritti, nel corso degli scavi ed in seguito a numerose e lunghe comparazioni svolte nel complesso funerario di Harwa e Akhimenru, ha individuato alcune inumazioni con alcune caratteristiche piuttosto insolite: diversi corpi, infatti, erano stati coperti con uno spesso strato di calce, un materiale adoperato in antichità per la sterilizzazione dei luoghi infetti.

Vicino ai luoghi delle sepolture sono state rinvenute anche delle fornaci che servivano per la preparazione della calce ed i resti di una grande pira nella quale sono state riscontrate diverse tracce di resti umani combusti. Elementi tutti questi che sono il chiaro segno di come le inumazioni individuate dalla missione italiana costituiscano in realtà una sorta di fossa comune allestita per fronteggiare un’epidemia.
Mario Antonio Pagaria


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