Un amore diverso

Cito testualmente le prime righe dell’ultimo romanzo di Márquez, “Memoria delle mie puttane tristi”, edito da Mondadori.
L’anno dei miei novant’anni decisi di regalarmi una notte di amore folle con un’adolescente vergine.
Rimasi basita, schifata, provai uno sdegno che nessun libro era mai riuscito a suscitare in me. Non capivo come un grande maestro potesse scrivere di un argomento così scomodo con tale leggerezza di spirito e disinvoltura. Ma adesso  comprendo che la grandezza dei narratori sta proprio nel saper gestire le parole, sconvolgere il lettore e allo stesso tempo rapirne l’attenzione, il tutto senza che quest’ultimo se ne accorga.
E così è successo a me.
Il rifiuto si trasformò in interesse, e ritrovai i miei occhi sull’ultima parola dell’ultima pagina prima che potessi rendermene conto.
Il protagonista è un eccentrico e mediocre giornalista, terribile professore di latino e spagnolo ormai in pensione, solitario, appassionato di musica classica, ed esemplare cliente di Rosa Cabarcas, vecchia maîtresse del bordello più rinomato di città. Naturalmente non sono menzionati né lo spazio né il tempo in cui si svolge la vicenda, e non è noto nemmeno il nome del personaggio principale: insomma, non mancano le caratteristiche generali della scrittura di Márquez.
Questo nonagenario si ritrova ad amare la giovane e sempre dormiente pulzella, date le pesanti dosi di bromuro e valeriana servitele dalla padrona contro la paura del sacrificio carnale, ribattezzata dal giornalista come Delgadina, ed inizia un nuovo capitolo della sua vita: cambiano i gusti musicali, il modo di scrivere, persino i pensieri. Imposta un nuovo percorso, riscopre l’amore, quel brivido e quell’emozione così intensi persi a causa della predilezione per le sue puttane tristi. Ma è un amore puro, una mera contemplazione del corpo nudo dell’adolescente, senza le urgenze del desiderio o gli intralci del pudore. E quando non potrà più rivedere la sua cara Delgadina, dopo un sinistro omicidio avvenuto in casa Cabarcas, scatterà uno strano meccanismo nella mente del professore, che arriverà ad affermare: Avevo sempre creduto che morire d’amore non fosse altro che una licenza poetica. Quel pomeriggio (…) constatai che non solo era possibile morire, ma anche io stesso (…) stavo morendo d’amore.
Ammetto che questo libro mi ha intenerita. Si legge con un sorriso meravigliato e al tempo stesso innamorato. Innamorato dell’amore, di quella dolcezza così surreale, in quel contesto, da sembrar vera. Un realismo magico, consacrato in Cent’anni di solitudine e in Nessuno scrive al colonnello, ma ben distante dai due capolavori; non credo sia giusto paragonare un romanzo agli scritti precedenti di un autore: ogni lavoro attesta le varie fasi e distinti livelli di estro narrativo. Questa nuova opera non risulta meno bella o meno appassionante, ma semplicemente diversa.
E bisogna accettare questo cambiamento come prova evidente della maestria di García Márquez.
L’ironia cinica e cruda caratteristica del premio Nobel colombiano è ben dosata e molto sottile, adeguata alla tematica affrontata. Il linguaggio è forbito ma in nessuna occasione astruso; può (o forse deve) essere letto tutto d’un fiato.
E quando terminerete la lettura, avrete quel sorriso istupidito a cui accennavo prima, e forse,  come me, vi innamorerete del vecchio professore o, a seconda dei gusti, della piccola Delgadina. Ma una cosa è certa: sarete innamorati.


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