Tennis. Il punto sull’Italia

Qualche giorno fa è stata pubblicata un’intervista al presidente della Federazione Italiana Tennis, Angelo Binaghi, al Messaggero, quotidiano di Roma. L’intervista si inserisce all’interno di una efficace strategia di promozione dell’attività della Federazione da parte dei suoi dirigenti. Nell’intervista, il presidente Binaghi sostiene che la FIT è praticamente un modello di successo che altre federazioni dovrebbero copiare. Negli stessi giorni, su Repubblica.it campeggia un trafiletto in cui si parla dei grandi successi di Supertennis, una televisione pubblica (pagata cioè dai contribuenti), e si suggerisce di far adottare il metodo anche ad altre federazioni che vogliono migliorare il proprio sport. Binaghi santo subito dunque? Vediamo un po’ provando proprio a partire dalle considerazioni espresse nell’intervista.

Questione giocatori. Tra gli scopi impliciti di una federazione c’è la capacità di creare squadre (nel caso di sport individuali, giocatori) in grado di essere competitive a livello mondiale. Per parlarci chiaramente, dopo lo scorso mondiale di calcio, usciti al primo turno, è saltato il nostro allenatore e solo per miracolo non è saltato l’intero gruppo dirigente a partire da Abete, il presidente. Nel tennis ci sono 4 campionati del mondo durante l’anno, i tornei dello slam. Un italiano, Fognini, l’anno scorso è arrivato tra i primi 8. Da quando c’è Binaghi col suo gruppo dirigente una sola volta prima dell’anno scorso un giocatore italiano era riuscito a vincere tre partite (ne servono sette per vincere il torneo), Sanguinetti a New York nel 2005. Fognini – che sembra abbia fatto chissà che ma partite ne ha vinte solo 4 – da quel giorno non ha praticamente più dato notizie di sé. Com’è noto tra le donne va meglio, ma con risultati molto migliori di questi qualsiasi dirigente di calcio sarebbe stato allontanato in malo modo. Il nostro presidente tiene a ricordare che Fognini è il quarto del mondo tra gli ’87. A quel punto (di più giovani meglio piazzati di lui ce ne sono una decina) poteva anche dire che tra tutti quelli nati il 24 maggio di quell’anno è addirittura il primo. Nel frattempo si sta giocando il torneo di Indian Wells: tutti fuori dopo due partite, tranne la Vinci.

Questione tesserati. Binaghi si vanta di aver quasi raddoppiato il numero dei tesserati. Ora, il punto è che per tesserarsi non è necessario giocare a tennis. Si va in un club e si chiede la tessera. E si fanno quattro partite a carte. Purtroppo il dato viene presentato così com’è, quindi non sappiamo se sono giovani, ragionieri e geometri o pensionati. I frequentatori di circolo raccontanto che i campi sono vuoti, però i tesserati crescono.

Questione bilancio. Il bilancio della FIT è in attivo. Detto questo, spende per le “attività promozionali” circa il 50% (dato 2009, ultimo disponibile sul sito). Rispetto al 2002 i contibuti pubblici sono più che raddoppiati, le tasse federali aumentate di circa il 70%. I costi per la promozione si sono triplicati e mentre prima incidevano per un quarto rispetto alle spese per l’attività sportiva adesso incidono per un terzo. I costi della promozione sono da addebbitare praticamente per intero all’attività di Supertennis che costerebbere secondo i bene informati circa 3.000.000 di €.

Fino a qui luci e, ci pare di poter dire soprattutto ombre, della gestione Binaghi. Ma tutto sommato rimaniamo nell’ambito del più o meno buona/cattiva gestione della cosa pubblica, con scelte politico-amministrative nel pieno della discrezionalità della dirigenza (anche se davvero la gestione tecnica sembra gridare vendetta al cielo). Ma quello che veramente sconcerta – ed è singolare, anche se abbastanza spiegabile con l’ambiente molto chiuso del tennis, in cui le amicizie contano più di ogni altra cosa, che le redazioni sportive non se ne occupino – è quello che i politologi chiamerebbero policy style della federazione. Cominciamo dalle solenni dichiarazioni di Binaghi al momento dell’insediamento:  “presidenti non si deve restare più di due mandati”. Naturalmente il nostro caro Angelo è già al terzo. Ma cambiare idea non è un delitto, lo è di più (forse) cambiare le regole statutarie, come se fosse una legge elettorale qualunque. Dal 12 dicembre del 2009, candidarsi alla presidenza della FIT è un po’ più complicato che vincere le presidenziali americane (certo, sempre più facile che, a leggere le cronache di linksicilia, vincere le primarie palermitane).  Se date un’occhiata all’art. 22 dello statuto (lo potete leggere qui: http://www.federtennis.it/PDF/STATUTO2010.pdf sembriamo precipitati in uno scherzo pre-moderno tra voti per acclamazioni, regola particolare per il terzo mandato (soglia alzata al 55% accidenti, chi mai potrebbe raggiungerla?) e rimandi continui tra organi regionali eletti e organi regionali nominati. Lo spazio ci impedisce una trattazione estesa, ma davvero dategli un’occhiata e per il momento fidatevi: voi non diventerete mai presidenti della FIT.

Inutile dire che uno statuto del genere ha consentito un margine di discrezionalità agli organi esecutivi che ha dell’imbarazzante. Accenniamo soltanto ad un paio di casi, mentre ci prolungheremo un po’ sul terzo, che ha dell’incredibile.

Un paio di anni fa Francesca Schiavone vinse uno dei 4 campionati del mondo cui abbiamo accennato, il Roland Garros. La vittoria nel torneo parigino, oltre a dare gloria imperitura alla vincitrice, offre anche un non disprezzabile assegno di poco più di un milione di €. La cifra deve essere sembrata misera alla nostra Federazione e al suo presidente. Così, in modo del tutto discrezionale e, ça va sans dire, a norma di statuto alla Leonessa sono stati regalati altri 400.000 €. Così. Senza che neanche li avesse chiesti.

Il secondo caso riguarda la gestione dei giocatori. Simone Bolelli era una delle nostre migliori promesse quando nel 2008 decise di non rispondere ad una convocazione in Nazionale. Ora, il tennis non è come il calcio, sport in cui la nazionale rappresenta il sogno dei bambini che cominciano a toccare un pallone. Assomiglia di più alla Coppa Italia, un torneo che gli atleti giocano ma a cui sono interessati solo a partire dalla semifinale perché una coppa è sempre una coppa. Così se sei fortissimo come Ibrahimovic quel torneo non lo giochi praticamente mai. Federer, Sampras, Djokovic insomma quasi tutti lo hanno snobbato mille e mille volte. Quest’anno Nadal non lo giocherà. Bene, cosa fa la nostra nazionale? Tuoni e fulmini, Bolelli non giocherà mai più in nazionale. A meno che non abbandoni il povero Claudio Pistolesi uno dei nostri migliori coach a livello internazionale (ha allenato anche il due volte finalista di Parigi, Soderling). Pistolesi non è simpatico alla federazione, sono arrivati alle aule di giustizia, e il povero Bolelli ne ha fatto le spese. Fattosi due conti il nostro Simone ha abbandonato Pistolesi, è tornato a Canossa, ha chisto scusa al Visinsky de noantri ed è rientrato in Nazionale. Contemporaneamente ha buttato a mare la sua carriera e ora naviga sotto la centodecima posizione. Prima dello scandalo era in procinto di entrare tra i primi 30, vedete un po’ voi. Lasciata da parte per carità di patria la gestione degli internazionali di Italia con la selezione di giornalisti buoni e cattivi (mi sa che il vostro cronista si è giocato definitivamente l’accredito) da accogliere al Foro Italico, concluderei la carrellata con una storai che ha dell’incredibile e che sembra arrivata direttamente dall’800. Mi riferisco allo straordinario “caso De Fraia”.

Luigi De Fraia è un imprenditore sardo, padre di due ragazzini di 11 e 12 anni che giocano a tennis. I due pare che siano fortissimi, tant’è che non perdono praticamente mai. Il problema è che i due, a partire da un momento X, non vengono più convocati dal comitato regionale. Contemporaneamente Binaghi (sardo anche lui) presenta una denuncia per diffamazione contro Paolo Tronci, un giocatore di beach volley accusato dal presidente della FIT di essere l’autore di alcune lettere anonime che lo screditavano. I magistrati eseguono la perizia calligrafica e scagionano Tronci. Contemporaneamente però si insospettiscono e aprono una procedura d’ufficio contro il presidente della FIT ipotizzando il reato di “mobbing sportivo”. Come mai due che battono i pari età non vengono convocati? Qui il mistero si infittisce. Un dirigente della federazione da noi contattato che preferisce rimanere anonimo per ovvie ragioni ha sostenuto che, essendo impossibile sanzionare il padre per comportamenti scorretti in quanto non tesserato, non rimaneva altro da fare che sanzionare i figli.

Pochi giorni fa la magistratura ha archiviato il caso perché il vero motivo della esclusioni andava ricercato nella “mancanza dei requisiti (dei ragazzini) previsti dal regolamento di selezione”. Per “regolamento di selezione”, pare di capire, si intende la natura discrezionale delle convocazione. Il cerchio è chiuso, ai lettori l’ardua (forse non tanto) sentenza.


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