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Tari: Catania, Palermo, Trapani e Agrigento tra le città più care d’Italia

La Tari continua a pesare in modo significativo sui bilanci delle famiglie siciliane. I dati diffusi da un’indagine della Uil sul costo della tassa sui rifiuti nel 2025 fotografano una situazione critica per l’Isola, con diversi capoluoghi collocati stabilmente nella fascia alta della classifica nazionale.

La conferma di Catania tra le città più care

Catania si conferma tra le città metropolitane più care d’Italia: con una spesa media annua di 483 euro a nucleo familiare, il capoluogo etneo è quarto a livello nazionale, preceduto soltanto da Genova (518 euro), Napoli (499) e Reggio Calabria (494). Non va meglio sul fronte degli altri centri siciliani: Palermo registra una Tari media di 373 euro, Messina di 315 euro, mentre Trapani (521 euro) e Agrigento (500 euro) rientrano addirittura nella top ten delle città con i costi più elevati in assoluto.

Numeri che evidenziano un forte squilibrio territoriale se confrontati con altre realtà italiane: in città come Milano la Tari media si ferma a 294 euro, a Bologna a 236 euro, mentre tra i Comuni più virtuosi spicca La Spezia con appena 180 euro annui a famiglia. Un divario che penalizza in modo particolare il Mezzogiorno e, in Sicilia, territori già alle prese con servizi spesso giudicati insufficienti dai cittadini. Secondo la Uil, la tassa sui rifiuti ha ormai perso il suo legame con il principio di equità fiscale. «Una tassa concepita per coprire i costi di raccolta e smaltimento si è trasformata in un prelievo sempre più gravoso e scollegato dai livelli reali di servizio offerti», denuncia il segretario confederale Santo Biondo. Alla base delle differenze tariffarie, sottolinea il sindacato, ci sono scelte politiche sbagliate e un sistema di gestione dei rifiuti frammentato e diseguale.

In Sicilia il problema è strutturale: la cronica carenza di impianti di trattamento e riciclo costringe molti Comuni a trasferire i rifiuti fuori regione o fuori provincia, con extracosti che finiscono direttamente nelle bollette di famiglie e imprese. Una situazione che il Pnrr avrebbe dovuto contribuire a superare, ma che – secondo la Uil – procede a rilento e in modo disomogeneo. Il rischio, conclude il sindacato, è che anche strumenti come la Tarip, basata sul principio che chi inquina paga, si trasformino in un ulteriore aggravio per i cittadini se non accompagnati da investimenti seri e da una riforma complessiva del sistema.


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