Foto di Matthias Fischer da Pixabay

Sicilia in cenere: 17mila ettari bruciati, ma il fuoco non è il solo colpevole

Il fuoco è arrivato in silenzio. Poi ha cominciato a correre, sospinto dal vento e dall’indifferenza. In poche ore, ha fatto a pezzi la Riserva dello Zingaro, ha devastato la Sughereta di Niscemi, ha avvolto in fumo Monte Cofano e ridotto in cenere oltre 17mila ettari tra riserve naturali, boschi e colline. È accaduto di nuovo. Un copione già visto, che si ripete ogni estate e che nessuno sembra davvero voler fermare. Giovedì scorso i primi avvistamenti di fumo. Nel pomeriggio, le fiamme sono già ovunque. Turisti evacuati in fretta, abitazioni minacciate, animali intrappolati nel fuoco, volontari e forestali allo stremo delle forze. I mezzi aerei, quando arrivano, sono troppo pochi ed è troppo tardi. A Capodarso e Cava Grande del Cassibile, la scena è la stessa: il cielo nero, le sirene continue, le risposte istituzionali assenti. Le istituzioni arrivano quando ormai è tutto finito e resta solo la conta dei danni.

Dove non arriva il fuoco, regna l’inerzia

Ogni estate, la Sicilia scopre di non essere pronta. I boschi non vengono puliti, le fasce tagliafuoco non esistono, la prevenzione è solo una parola nei comunicati stampa. I mezzi sono vecchi, il personale stagionale e disorganizzato, gli enti si rimbalzano le responsabilità. «Eravamo da soli, senza rinforzi per ore – racconta il sindaco di Niscemi, Massimiliano Conti – Chiamavamo, ma nessuno sapeva dirci quando sarebbero arrivati i Canadair. Uno è arrivato dalla Calabria. Troppo tardi». Il problema non è la sfortuna. Ma un sistema che si inceppa sempre nello stesso punto. Un meccanismo che – come molti sospettano – non è mai stato progettato per funzionare davvero. Perché in Sicilia, il fuoco somiglia a una strategia. Bruciare un terreno può renderlo edificabile, coltivabile, sfruttabile. Il rogo ripulisce, e chi arriva dopo incassa. I pascoli diventano appezzamenti agricoli, le aree protette smettono di esserlo, le zone boschive si trasformano in pretesti per nuovi investimenti. Le indagini su interessi e rivalità si aprono tardi, i processi si concludono nel nulla, i mandanti restano nell’ombra. La distruzione ambientale, così, diventa un affare.

Una gestione che serve più alla politica che alla natura

Il Corpo forestale regionale, che dovrebbe essere il custode del territorio, vive di assunzioni stagionali e lavoro intermittente: ogni estate i forestali tornano nei boschi per poche settimane e, spesso, alla scarsa continuità si unisce una formazione zoppicante. In un sistema che, così, disperde risorse e non costruisce nulla di stabile, neanche per chi quel posto di lavoro se lo assicura per poco tempo. E, mentre gli incendi si moltiplicano, dalla Regione Siciliana non arrivano piani strutturali né strategie di adattamento climatico e neanche investimenti reali sulla prevenzione. Tra dichiarazioni di emergenza e passerelle nelle zone colpite. Eppure, in un territorio già fragile e segnato dalla desertificazione, ogni incendio è una ferita profonda e duratura.

L’allarme di Legambiente

A denunciare con forza la situazione è Legambiente Sicilia, che ha diffuso una dura nota proprio nei giorni degli incendi. «Il nostro inestimabile patrimonio di biodiversità sta andando in fumo – scrive l’associazione – e l’emergenza non è ancora finita, alimentata dal caldo estremo e dall’aggravarsi della crisi climatica». Ma Legambiente va oltre l’indignazione. Chiede che vengano applicate le leggi esistenti e si introducano misure più severe per i responsabili. Oltre al divieto temporaneo di accesso alle aree colpite, non solo per motivi di sicurezza, ma per lanciare un segnale chiaro: ciò che è stato distrutto non può essere dimenticato o riutilizzato. Senza dimenticare la necessità di indagini serie sul mancato aggiornamento dei catasti degli incendi e sull’illegittimo uso agricolo o edilizio dei terreni bruciati. Per poi puntare il dito contro un sistema forestale debole, che deve essere riformato e dotato di piani di gestione sostenibile e strategia a lungo termine. Che vada oltre spegnere le fiamme, ma passi anche per il presidio del territorio e il coinvolgimento dei cittadini. Anche con un intervento nazionale, se necessario: più Carabinieri forestali, mezzi pubblici per lo spegnimento, gestione trasparente e statale dei Canadair, per allontanare qualsiasi ombra di interesse privato, come già accaduto in passato. Affinché si possa arrivare a chiamare per nome chi ha appiccato il fuoco, chi lo ha lasciato fare e, spesso, glielo ha chiesto.


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