Si rifiuta di entrare nella serra a 50 gradi: licenziato La denuncia di un lavoratore agricolo di Mazzarrone

Le ore più calde della giornata dentro a una serra non hanno bisogno di descrizioni. Sono un incubo a cottura lenta, oltre che una condizione di lavoro intollerabile. Lo sa bene il bracciante agricolo di Mazzarrone, in provincia di Catania, che la scorsa settimana non ce l’ha fatta più e lo ha detto al titolare dell’azienda di Gela per la quale raccoglieva l’uva: «Lì dentro non si può lavorare». Una protesta che era stata preceduta da altre manifestazioni di scontento, nei giorni precedenti, per le quali aveva ricevuto sempre la stessa risposta: «Se non ti piace, sei licenziato». Pochi giorni fa, il licenziamento si è verificato sul serio. «Erano le ore tarde della mattinata, dentro alla sera ci saranno stati almeno cinquanta gradi percepiti – racconta a MeridioNews  Nino Marino, segretario generale della Uila Sicilia, il sindacato che ha raccolto la denuncia del lavoratore – Lui ha detto che non voleva rientrare nel tunnel (dalla forma della sera per la viticoltura, ndr) ed è stato mandato a casa».

Il bracciante, assunto con un contratto di settore e pagato circa 45 euro al giorno, così si è trovato disoccupato. «Eppure ha soltanto chiesto che venisse rispettato il suo diritto a lavorare in un posto sicuro – continua Marino – Le imprese dovrebbero avere un responsabile della sicurezza che garantisca condizioni di lavoro che non mettano in pericolo gli operai, ma troppo spesso non è così». Se il lavoro da bracciante è certamente gravoso in qualunque periodo dell’anno, d’estate in Sicilia lo è molto di più. Per via delle temperature altissime alle quali si arriva durante il giorno e che, in un ambiente artificiale come quello delle serre, diventa intollerabile. «Bisognerebbe lavorare nelle prime ore della mattinata, dall’alba – aggiunge il sindacalista – Oppure dopo il tramonto, in modo da non sottoporre il bracciante a una inutile vessazione».

Il cittadino di Mazzarone già nei giorni scorsi si è rivolto all’ispettorato del Lavoro, a cui ha raccontato il fatto in una denuncia formale. «Il suo caso, però, non è isolato». Perché il caporalato «è uno dei problemi del comparto agricolo, ma non è l’unico – precisa il segretario generale della Uila – Non vengono rispettati orari e contratti, né le condizioni minime di sicurezza». Perché è vero che il bracciante del Calatino, in servizio a Gela, era in regola, «ma è vero anche che spesso chi fa questo genere di lavoro si trova trattato non da dipendente. Come se il datore di lavoro fosse, in realtà, un padrone». E il bracciante uno schiavo. Pagato, anche se sotto contratto, il minimo indispensabile: poco meno di sei euro l’ora.


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