Se il passato puntella le nostre rovine

Ormai la mia lingua si svuota. Svuotandosi, delle parole rimane ben poco, timidi simboli, pieni di pretese. Vivo di sottrazioni, di economia di relazioni, ma in passato qui si coltivava il culto della parola, e la definizione di un oggetto, a esempio, era forte di un elemento di cui la maggioranza delle lingue era priva: la precisione del concetto. Lo scambio umano si fondava unicamente su questo, tanto più la sua ricchezza aveva il valore della valuta. Sono, però, nel tempo degli annullamenti, compreso quello della scelta. A questo mi riduce la modernità, a subire diete sempre più rigide. Non ho mai avuto in progetto la povertà, eppure, digiunando, mi impoverisco anche di quegli etti preziosi.

Penso ora al significato di “antichismo”, ovvero, all’uso dei termini della bella lingua e della punteggiatura nella lingua abbrutita. Alla giustezza della causa, se sia, cioè, utile difenderne la sopravvivenza o se arrendersi definitivamente a un lessico minorato, volendo, ancora una volta, con “frammenti del passato puntellare le mie rovine” (Eliot), premesso che con tale termine io non intendo propriamente l’antico ma tutte quelle parole che il bisogno di sottrazioni ha eliminato.

Il limite esiste, in ogni caso, tra ”antichismo” e uso dell’antichismo. Linea esatta di demarcazione che il più accanito tra i lettori non riesce a superare, uno sconfinamento che, una volta ottenuto, toglie ogni dubbio sul suo errore. Poiché si tratta di altro. Non c’entra con il piacere che si scopre nella parola antica, quello della possibilità della parola nuova. Josè Lezama Lima ha scritto “Paradiso”, Pasquale Panella ha scritto “la Corazzata”, non usano antichismi ma sono degli antichisti, nessuno riesce a leggerli. Si incespica, si è costretti alla sosta, per quanto ci si impegni non si va oltre le dieci pagine. E’ il Rococò più esasperante, straniero per quanto mi riguarda.

Ne “L’arte della fame” di Paul Auster, invece, Charles Reznikoff viene tradotto con belle parole dimenticate: “Io ho paura per le insensatezze che ho proferito. Devo fare una dieta di silenzio; farmi forte di quiete.”; Chen Shu Cai, classe 1965, riscritto nell’antologia dei “Nuovi poeti cinesi”, usa la “collera” per definire, giustamente, qualcosa di diverso dalla rabbia (termine unisex della lingua svuotata): “Ventisette anni, ho già l’abitudine alla collera.” Ricorda W.B.Yeats nello “Sprone” tradotto da Giorgio Melchiori, dove c’è un’ulteriore variante, la furia: “E’ mai possibile che lussuria e furia mi facciano scorta nella mia vecchiaia? Da giovane non erano così assillanti. Cos’altro mi resta per spronarmi a cantare?”.

Tommaso Landolfi è un vero cercatore d’oro: “(un amico mi fa osservare che il da me qui sopra detto scientismo meglio si chiamerebbe scientifismo, posta la precisa collocazione storica del primo termine – laddove incidentalmente io mi riferisco addirittura al tempo di Voltaire. Non sono del tutto d’accordo col mio gentile mentore. Ma sia pure: non varrà comunque una sottile questione terminologica, mi lusingo, a invalidare il precedente discorso).” Tommaso Landolfi, “Verso la fine del tempo”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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Ormai la mia lingua si svuota. Svuotandosi, delle parole rimane ben poco, timidi simboli, pieni di pretese. Vivo di sottrazioni, di economia di relazioni, ma in passato qui si coltivava il culto della parola, e la definizione di un oggetto, a esempio, era forte di un elemento di cui la maggioranza delle lingue era priva: la precisione del concetto. Lo scambio umano si fondava unicamente su questo, tanto più la sua ricchezza aveva il valore della valuta. Sono, però, nel tempo degli annullamenti, compreso quello della scelta. A questo mi riduce la modernità, a subire diete sempre più rigide. Non ho mai avuto in progetto la povertà, eppure, digiunando, mi impoverisco anche di quegli etti preziosi.

Ormai la mia lingua si svuota. Svuotandosi, delle parole rimane ben poco, timidi simboli, pieni di pretese. Vivo di sottrazioni, di economia di relazioni, ma in passato qui si coltivava il culto della parola, e la definizione di un oggetto, a esempio, era forte di un elemento di cui la maggioranza delle lingue era priva: la precisione del concetto. Lo scambio umano si fondava unicamente su questo, tanto più la sua ricchezza aveva il valore della valuta. Sono, però, nel tempo degli annullamenti, compreso quello della scelta. A questo mi riduce la modernità, a subire diete sempre più rigide. Non ho mai avuto in progetto la povertà, eppure, digiunando, mi impoverisco anche di quegli etti preziosi.

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