Lo scioglimento del Comune di Paternò: tra mafia, uffici nel caos e amministratori che non pagano la Tari

Una «Iegalità debole». È la definizione più gentile tra quelle rivolte all’amministrazione del Comune di Paternò, nel Catanese, nelle relazioni che hanno portato al suo scioglimento per infiltrazioni della mafia. In cui si va dal «grave inquinamento e deterioramento dell’amministrazione comunale» all’«alta permeabilità» alla mafia e alle sue «forme di deviazione». Tra patti elettorali, nomine poco politiche e facilitazioni negli affari. Ma anche uffici comunali descritti allo sbando, senza alcuna forma di controllo. E persino sindaco e consiglieri morosi nei pagamenti di Imu e Tari, mentre le casse del Comune si svuotavano per i numerosi gettoni di presenza. Un quadro che ha portato alla decisione di 18 mesi di commissariamento straordinario per l’ente.

Le indagini sulle infiltrazioni al Comune

L’ex sindaco di Paternò Nino Naso

A precedere lo scioglimento per mafia del Comune di Paternò è loperazione Athena di aprile 2024, che ha coinvolto 17 persone accusate di essere organiche o vicine al gruppo mafioso Morabito-Rapisarda, riconducibile al clan Laudani. Compagine criminale che divide il territorio con il clan Assinnata, vicino alla famiglia Santapaola-Ercolano. Tra gli indagati, anche il sindaco Nino Naso, l’assessore comunale Salvatore Comis e l’imprenditore agricolo ed ex assessore Pietro Cirino. Quest’ultimo, per gli inquirenti, sarebbe stato il punto d’unione tra clan e amministrazione comunale. Per ottenere la rielezione alle Amministrative del 2022, innanzitutto. Ma con rapporti che risalirebbero al 2017, ossia dalla precedente sindacatura targata sempre Naso. In cambio di posti di lavoro, appalti e la «nomina in giunta di un soggetto, ritenuto uomo di fiducia, a completa disposizione delle locali cosche mafiose». Pur trattandosi di un assessore «notoriamente privo di specifiche qualifiche professionali e di esperienza politica».

Gli altri amministratori citati nella «mala gestio»

Se di Cirino si sottolineano i «numerosi contatti con cadenza quotidiana» con esponenti criminali, nella relazione compaiono anche altri amministratori. Specie in merito ad assunzioni e affari. Il primo indicato è «il passato vicesindaco, che si sarebbe adoperato come sponda politica per conto di esponenti mafiosi per ottenere dal Comune di Paternò il cambio di destinazione d’uso di un immobile da trasformare in complesso residenziale». Citati anche due consiglieri comunali «ritenuti funzionali agli interessi mafiosi», nonché altri colleghi e il presidente del consiglio comunale con «diretti o indiretti rapporti di natura parentale o di frequentazione con soggetti pregiudicati e/o ritenuti organici ai locali clan mafiosi». Rapporti che avrebbero riguardato anche alcuni dipendenti del Comune di Paternò. In una situazione di «complessiva mala gestio». Simboleggiata anche dai ritardi e dalle omissioni nella consegna di alcuni documenti ai commissari, con un «pervicace e costante rifiuto di collaborazione».

Gli affidamenti e gli affari utili ai clan

Tra i casi contestati c’è quello della società incaricata dal Comune del servizio di custodia e cura dei cani randagi, con il pagamento, dal 2017 al 2024, di oltre 330mila euro come debiti fuori bilancio. A una ditta che avrebbe tra i suoi dipendenti numerosi soggetti vicini alla mafia. Problema simile per la società partecipata che gestisce il servizio idrico e amministrata, fino a luglio 2022, dal presidente del consiglio comunale. Che avrebbe affidato i servizi informatici a una ditta destinataria di interdittiva antimafia dalla prefettura di Cremona a dicembre 2024. Casi a cui si aggiunge la concessione di contributi economici durante la pandemia «a favore di soggetti vicini alle famiglie mafiose». E l’inattività verso l’occupazione abusiva di due immobili comunali «che tuttora risultano nella disponibilità di soggetti con pregiudizi per associazione mafiosa».

Ma non solo. Tra i casi, spicca la vicenda della tentata speculazione immobiliare sull’ex albergo Sicilia all’asta. Vendita a cui si interessano entrambi i gruppi mafiosi del territorio, ma con il problema del vincolo di destinazione d’uso. Da modificare – con il voto del consiglio comunale – per poter realizzare un complesso residenziale, tramite l’interessamento di alcuni consiglieri comunali nei confronti di dirigenti e colleghi. Così come nel caso di un capannone venduto a un’asta pubblica «turbata grazie all’intervento degli uomini del clan». Favori necessari, traspare dai documenti, considerata la sfiducia dei gruppi criminali nel rinnovare il proprio appoggio dopo la prima sindacatura Naso. «Ci sono certe cose che non si possono fare, che si devono costruire, altrimenti c’èle manette rapido – vengono rassicurati – Ora tu vedrai che ci sono un sacco di lavori».

La «totale confusione» degli uffici comunali

Una commistione possibile, secondo le indagini che hanno portato allo scioglimento per mafia, anche per la «totale confusione» degli uffici del Comune di Paternò. Con un solo impiegato, su 130 unità, ad avere mai effettuato l’accesso alla banca dati nazionale antimafia. E, d’altronde, solo a maggio del 2023, dopo otto anni di sindacatura, Naso avrebbe chiesto le credenziali d’accesso per i tutti i responsabili amministrativi. Impossibilitati dunque, fino a quel momento, a verificare certificazioni o affidamenti. Arrivando ad autorizzare due attività commerciali a pregiudicati e altre a parenti molto stretti. Ma i mancati controlli riguardavano anche gli stessi amministratori comunali: assessori e consiglieri, di maggioranza e minoranza, risultati morosi nei confronti del Comune. Con cartelle esattoriali per il mancato versamento di Imu e Tari. Compreso il sindaco, per cui mancherebbero i pagamenti a partire dal 2012-2013, solo in parte sanati dopo l’arrivo della commissione, si spiega nella relazione.

Mancati ingressi per le casse del Comune da cui, però, nel frattempo venivano sborsati continui gettoni di presenza e rimborsi per i consiglieri. «Fino a 50 sedute di commissione consiliare, a fronte di una limitata attività del consiglio comunale», si spiega, con una spesa che, nel 2024, risulta doppia rispetto all’anno precedente. Ancora più grave, commenta la prefettura, se si pensa che «la situazione finanziaria del Comune di Paternò risulta fortemente deficitaria, mettendo a rischio la capacità dell’ente di assicurare i servizi primari alla cittadinanza».

L’immutabile festa di Santa Barabara

E nella relazione della prefettura che spiega i motivi dello scioglimento per mafia del Comune di Paternò trova spazio anche un caso del 2015. L’annacata davanti casa del boss Assinnata durante i festeggiamenti per Santa Barbara. A distanza di dieci anni, «continuano a comparire fra i portatori dei cerei quattro soggetti che risultavano presenti in quell’occasione», si legge. Uno diventato, addirittura, rettore del cereo dei dipendenti comunali. E un altro, appartenente agli ortofrutticoli, condannato in via definitiva per traffico di droga aggravato dal metodo mafioso. Anche in questo caso, inoltre, il Comune avrebbe elargito ai cerei contributi per oltre 30mila euro, come «rimborsi per spese non meglio precisate, senza documentazione giustificativa». Né controlli preventivi. Mancanti anche nel caso delle assegnazioni di suolo pubblico in occasione della festa, rilasciate a pluripregiudicati. E persino a soggetti sotto sorveglianza speciale.


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