SalinaDocFest, l’isola del cinema invisibile

L’arcipelago eoliano è stato ancora una volta il palcoscenico delle terza edizione del ‘SalinaDocFest’, festival che dall’anno scorso vanta il sostegno dell’Anfe (associazione nazionale famiglie emigrate). L’arte del documentario si è ormai ancorata su questa terra protagonista di intramontabili pellicole, dagli anni ’40 con la ‘Panaria film’ ad oggi.

Un festival, ideato e diretto da Giovanna Taviani, che dal 2007 riesce a farsi riconoscere molti meriti. Uno tra tutti quello di raccontare le storie di “emigranti” e di “invisibili” con forza creativa e con alti contenuti culturali. Considerato dagli spettatori bello, come disse quella anziana signora dell’isola uscendo da una proiezione: “Questo festival è bello infatti anche quando finisce continui a pensarci”.

L’appuntamento settembrino – organizzato con la collaborazione dell’associazione ‘Salina-Isola verde’ e dei comuni di Malfa, Santa Marina e Leni – si svolge in un percorso itinerante, anche enogastronomico, alla ricerca del reale e del vero.  Orientamento per cui occorre dare spazio ad opere che focalizzando sull’osservazione del reale sappiano reinventarlo e trasfigurarlo in modo narrativo. “Infatti il documentario deve poter rappresentare una ricostruzione della realtà attraverso lo sguardo personale dei registi, che magari mescola inchiesta e soggettività, memoria storica e indagine sul presente”.

Per il concorso internazionale di documentari, con tema ‘Il mio Paese: gli invisibili’, che hanno come oggetto la realtà del proprio paese, filtrata da un nuovo sguardo soggettivo che documenta e insieme racconta, vince il premio ‘SalinaDocFest – Tasca D’Almerita’ e cinquemila euro il documentario ‘Padre nostro’ di Carlo Lo Giudice: come i lettori di Step1 sanno, in questo film è scolpito il rapporto d’amore, molto tenero, tra un padre e un figlio, Vannino e Salvatore; un rapporto che se vogliamo può essere definito “invisibile” perché fuori dalla morale comune.

Tanti gli ospiti, tra cui Nicola Piovani, Franco Battiato e il giornalista scrittore pakistano Mohsin Hamid autore del libro “Il fondamentalista riluttante”. Spazio anche a un omaggio a Roberto Rossellini, padre del neorealismo, la cui idea documentaria qui nell’ ‘isola del cinema’ è stata celebrata come sviluppo di un multicromatico orizzonte narrativo che va dal mondo del lavoro, alla realtà sociale contemporanea, dai flussi migratori alle tradizioni locali, portando in primo piano un genere che, pur raccontando le più importanti emergenze sociali del nostro paese, è ancora condannato a una sorta di clandestinità.

Il direttore artistico non può che ribadire con forza una domanda che rappresenta un po’ il filo rosso tra le varie edizioni e cioè “Cosa stiamo aspettando a ribellarci a questo sistema?”. Vedendo i documentari scelti per la terza edizione del festival – dice – “ci accorgiamo che l’indignazione esiste ancora, ma non ha più i mezzi per potersi esprimere. È diventata invisibile. In un Paese, come il nostro, in cui si continua a non investire sulle nuove potenzialità del genere narrativo, dare visibilità agli invisibili diventa allora una sfida da vincere”.

A cercare di combattere questa “invisibilità” è dunque un festival che serve da trampolino di lancio, nel vasto mare del cinema e della cultura, per una distribuzione che si incanali in modo alternativo nelle scuole e nell’editoria. (Basti pensare al successo del documentario premiato l’anno scorso, ‘Come un uomo sulla terra‘). Ad alimentare questa nuova prospettiva di narrazione della realtà e di distribuzione del prodotto è stato anche un workshop, presente già dall’anno scorso, orientato al coinvolgimento degli insegnanti e degli studenti delle isole. 


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