Recca-Pioletti: la sfida TV

Il filologo e l’ingegnere, l’uno maestro della parola odierna nonché di quella antica, l’altro maestro in numeri e formule. In lizza entrambi per la Magnifica poltrona dell’Ateneo di Catania, i due candidati Rettori Antonino Recca e Antonio Pioletti, rispettivamente Preside di Ingegneria ed ex Preside di Lingue, si sono confrontati venerdì 16 in diretta televisiva negli studi di Antenna Sicilia.

A porgli le domande due giornalisti dell’emittente locale che furono loro stessi studenti dell’Ateneo catanese, Tony Barlesi ed Enrico Escher. In rappresentanza dei 65.000 studenti universitari iscritti a Catania c’erano Fabio Filippino di Alleanza Universitaria – Azione Giovani, Enzo Piazza del movimento giovanile della Margherita e Uccio Muratore della Sinistra Giovanile.

 

Assente giustificato, invece, il terzo candidato a Rettore, Salvatore Barbagallo (Preside della Facoltà di Agraria) per impegni assunti in precedenza. «D’altronde la sua candidatura è stata ufficializzata soltanto da pochi giorni – sottolinea Enrico Escher».

 

Riportiamo la prima parte della trasmissione, durante la quale i due candidati hanno parlato di autonomia, di finanziamenti, di diritto allo studio e ai servizi, di tasse universitarie e di efficienza formativa. I passaggi riportati di seguito cercano di essere quanto più fedeli possibili alle dichiarazioni dei professori Recca e Pioletti, ma logicamente per snellire il testo sono state omesse delle frasi che comunque non alterano i contenuti espressi.

 

Per Recca: Parliamo di autonomia universitaria, cosa intende lei per autonomia e come intende portarla avanti come Rettore?

«Con l’avvento della legge sull’autonomia è necessario che l’Università abbia un ruolo di super partes sul territorio. Per me è importante che il Rettore sia un professore candidato dai suoi colleghi, dai tecnici, dagli amministrativi e che dia garanzie sul fatto che non faccia attività di partito o presenti candidature politiche: questo è il concetto di autonomia. Se vogliamo che sia rispettata l’autonomia dell’Università, dobbiamo rispettare le autonomie degli enti locali e nazionali e anche delle imprese e delle aziende che gravitano sul nostro territorio».

 

Per Pioletti: Autonomia significa anche avere soldi; è riuscita l’Università ad avere degli sponsor così come prevedeva il concetto di autonomia?

«Il concetto di autonomia ha diversi aspetti. Un aspetto è quello indicato dal collega Recca: chi rappresenta un Ateneo deve rappresentarlo negli interessi dell’Ateneo iusta propria principia, sulla base delle progettualità che esprime l’Ateneo. Ogni Rettore, ogni Preside, ogni Direttore di Dipartimento può avere le sue opzioni politiche, ma di certo chi rappresenta un’istituzione deve esprimersi rispetto agli interessi dell’istituzione stessa: questo permette un confronto libero, autonomo, indipendente.

L’autonomia include anche altri risvolti: siamo passati da un modello che era statal-centralistico, a un modello che abbina elementi centralistici a una capacità propositiva. Non si tratta solo di un’autonomia amministrativa, ma anche di identità, di collocazione, di obiettivi, di vocazione culturale formativa e scientifica.

 

Per quanto riguarda gli aspetti finanziari, sappiamo che l’Università pubblica, negli ultimi anni, è stata in grave sofferenza poiché i finanziamenti sono diminuiti. La situazione dell’Ateneo di Catania poi non è certo brillante. La capacità di attirare forze esterne è un punto di fondamentale importanza. Negli ultimi anni nel nostro Ateneo c’è stata una diminuzione di capacità di attrazione di risorse europee. L’impegno che c’è stato, ma penso vada triplicato».

 

Per Recca: Oggi l’Università italiana prepara adeguatamente gli studenti? Forma delle figure in grado di muoversi nel mondo del lavoro e della ricerca? Oppure delega ai Master, alle esperienze in azienda la formazione reale?

«L’Università non era pronta a gestire con pienezza il processo dell’autonomia. Il 3+2 ha visto le Università italiane spinte all’accensione del maggior numero di corsi di laurea, spinte alla pubblicizzazione dei corsi di studio e alla ricerca di studenti. Avere molti studenti era una nota di merito dei Presidi e delle Facoltà. Dobbiamo tracciare una linea di inversione di tendenza di questo processo. L’Università di Catania deve migliorare la qualità dei propri laureati.

 

Il valore legale del titolo di studio nei prossimi anni verrà abolito e le Università verranno giudicate in base alla qualità dei propri laureati, del prodotto.

Il ministro ha ritirato il decreto relativo al percorso ad Y, e noi plaudiamo a questa iniziativa perché abbiamo la necessità di valutare i nostri corsi di studio 3+2.

A Catania ci sono eccessivi moduli nei corsi di studio e un numero eccessivo di differenziazione di crediti. In molte Facoltà ci sono i corsi intergrati: un modulo di 6 crediti è ripartito tra 3 professori con 2 crediti ciascuno. Uno studente è tenuto a superare un esame fatto di tre esami e questo porta alla mortalità studentesca e all’aumento del numero di anni che occorrono per superare la laurea.

 

Per quanto riguarda il problema delle tasse: secondo un modello di condivisione e partecipazione proporrò, se eletto, la ‘Consulta degli studenti’ costituita dai senatori accademici, dai consiglieri di amministrazione, dai rappresentanti all’Ersu e al Cars, che sia un organo serio di consulta per il Rettore, il Senato Accademico e il Consiglio di Amministrazione.

Insieme dovremo procedere insieme alla rivisitazione delle tasse per gli studenti per un’equa ripartizione, ma tenendo conto che le risorse che arrivano dal Ministero sono sempre minori perché erose dagli aumenti contrattuali».

 

Pioletti (sullo stesso tema): «Per evitare di passare di argomento in argomento in modo frammentato, colleghiamo le cose dette in un filo unitario: il sistema di finanziamento degli atenei è modificato in tendenza e avviene sulla base di alcuni indicatori che sono la domanda formativa, l’efficacia formativa, la ricerca e un quarto “altre voci”. Le Università devono essere messe in condizione di funzionare, di competere, ma dobbiamo anche chiederci se e come gli Atenei e in particolare quello di Catania, hanno risposto a questi parametri.

Ricevuti questi finanziamenti bisogna saperli amministrare. Se andiamo a vedere i risultati alla voce “efficacia”, i dati ci dicono che quasi il 50 % degli studenti dell’Università di Catania è fuori corso, un dato che è andato aumentando negli anni.

Se andiamo a vedere l’indicatore “ricerca”, ci rendiamo conto che l’Ateneo di Catania, non occupa posizioni brillanti nella graduatoria nazionale. Abbiamo solo due aree scientifico-disciplinari sopra la media della classifica (fisica e ingegneria chimica).

Accanto alla categoria dell’autonomia c’è dunque quella della valutazione: Catania negli ultimi anni ha perso peso nel sistema nazionale relativamente a queste voci e se così dovesse continuare, i finanziamenti andrebbero a diminuire. Finanziamenti che devono essere impiegati secondo la logica del buon uso, per evitare sprechi, e garantendo il diritto allo studio e i servizi per gli studenti.

L’altro punto è relativo alla “qualità” della didattica. La riforma del 3+2 mi ha lasciato perplesso, credo vada rivisitata alla luce di una considerazione molto attenta che non è avvenuta nell’Ateneo di Catania dove gli organismi deputati a monitorare l’attività didattica, non lo hanno fatto o lo hanno fatto poco e male.

Dobbiamo dare nuova vitalità alla Commissione Paritetica della Didattica composta da docenti e studenti, dobbiamo dare vitalità alla Commissione di Garanzia Didattica. Le nuove classi di laurea sono un’occasione che non va sprecata. Dobbiamo rivedere con serenità l’offerta formativa, perché tutti hanno sbagliato: piano di studio che hanno compresso 4 anni in 3 anni con un numero esorbitante di discipline, polverizzazione delle discipline in moduli che corrispondono a veri e propri esami, non corrispondenza tra i programmi e il numero di crediti previsti.

Per non sprecare l’occasione delle nuove classi, propongo una Grande Conferenza d’Ateneo con gli studenti, capendo che è un problema di scelte culturali, non è un fatto di “ingegneria burocratica”, è un problema di saper leggere i territori, i mercati, di capire che il sapere, la circolazione dei saperi, deve essere a fondamento di questa revisione.

 

Ho già inserito nel mio programma di rivedere le fasce di reddito perché devono essere più articolate per meglio rispondere alle differenze di reddito. Il problema dei servizi si pone in maniera drammatica soprattutto nelle sedi decentrate. Gli studenti che studiano a Siracusa, Ragusa, Caltanissetta, Enna sono studenti dell’ateneo di Catania e pagano le tasse come gli altri».


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