Quando le non-parole dicono più delle parole

Intorno alla parola mafia, in queste ultime ore, si è sollevata una polemica di altri tempi. Tutto è partito dal comizio palermitano di Beppe Grillo, dal suo netto rifiuto di nominarla. Per un ex sessantottino che a London, in quegli anni, doveva difendersi dalla equazione identificativa: Sicilia uguale mafia, la contrapposta nominazione di “antimafia” ha oggi uguale peso retorico.

Ricordo l’insussistenza comunicativa della campagna cartellonistica del Governo Cuffaro (“La mafia mi fa schifo”), o dell’allora Sindaco di Salemi, Vittorio Sgarbi, (“In Sicilia non c’è più mafia”). Dico che questa parola è ormai deprivata di significanza, dunque tanto può giovare la sua nominazione ‘double face’ alle parti avverse, quanto può non condurre al desiderio di parole nuove che nel linguaggio della politica stentano a arrivare.

Il silenzio di Grillo è, paradossalmente, l’unica parola nuova venuta fuori da queste elezioni (vinte da Grillo e non dal Movimento 5 stelle) che, da dirimpettaio ligure, ha semplicemente inteso liberare i siciliani dal trivio associazionismo linguistico, sicilia-mafia, che tanto ha perseguitato la Sicilia perché è stato l’unico marchio, l’unica evocazione che l’ha resa vendibile. Il silenzio di Grillo sulla parola mafia, corrisponde, altrettanto paradossalmente, alla scelta del popolo muto che, domenica, ha deciso di starsene a casa.

 


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