Quando 45 catanesi furono esiliati durante il fascismo La loro colpa era soltanto quella di essere omosessuali

Erano in 45, tutti provenienti da Catania e provincia, con la sola colpa di essere omosessuali durante il ventennio fascista. Una colpa, secondo i fascisti, che quelle persone tra i 18 e i 54 anni hanno dovuto scontare con un anno di confino a San Domino, isola delle Tremiti, che si affaccia sul mare Adriatico. La loro storia è rimasta sepolta tra gli scaffali d’archivio, con le lettere e documenti che testimoniano quella che nel 1939 è stata una vera e propria persecuzione portata avanti da Alfonso Molina, che allora ricopriva l’incarico di questore della città etnea. Fino a quando, nel 1987, Gianfranco Goretti e Tommaso Giartosio decidono di dedicarsi alle persecuzioni patite dagli omosessuali nell’Italia di Benito Mussolini. I due studiosi, dopo una lunga serie di ricerche, nel 2006 decidono di pubblicare La città e l’isola, lavoro che mette insieme le testimonianze di coloro che subirono quella deportazione che li marchierà per tutta la vita. I protagonisti che decideranno di parlare sono rimasti nell’anonimato. Nel frattempo, la narrazione di quelle vite fa breccia nel cuore di molte persone.

L’attore palermitano Vincenzo Crivello in tutti questi anni si è preso carico di dare luce alle loro storie. «Conosco i profili e ho ripercorso le loro vite, piene di entusiasmo e voglia di libertà. Si tratta di persone molto giovani: si andava dall’artigiano, all’impiegato fino al professionista – racconta a MeridioNews – Venivano chiamati arrusi o jarrusi, dati i loro rapporti sessuali: un vero e proprio marchio discriminatorio. A Catania si riunivano in un club vicino all’albero grosso (arvulu rossu, in via Dusmet, ndr), dove il proprietario del locale cercava di proteggerli. Un altro luogo di ritrovo era un appartamento catanese, di cui il questore scriveva che andassero lì “con la scusa di una sigaretta e subito venivano presi dal vizio”». In questo appartamento si sarebbe consumato un omicidio, dopo il quale scattarono i primi controlli e a cui poi seguì una retata. «Un episodio che riporta la mente alle persecuzioni dei nazisti – prosegue Crivello – Furono tutti arrestati perché secondo i fascisti la loro condotta poteva guastare gli uomini e quel machismo ai tempi tanto sbandierato. Molti subirono anche dei controlli in cui veniva verificato se avessero avuto rapporti sessuali: qualcosa di aberrante. Quando arrivarono sull’isola delle Tremiti furono messi insieme agli omosessuali provenienti dalle altre parti d’Italia». 

In quell’anno d’esilio, i 45 provenienti dal Catanese vennero affiancati anche ai confinati denominati con l’appellativo di comuni. «Questa categoria comprendeva tutti quelli che si trovavano al confino per reati che non riguardavano motivi politici – continua Crivello – Chi era in esilio per motivi politici pare che non volesse essere accumunato agli omosessuali. Tuttavia in quell’isola vissero un anno in piena libertà: lì portarono le loro conoscenze e condividevano le giornate anche con la gente del posto, che diceva di non aver visto mai degli uomini con delle gambe così belle. Persino Molina, che volle a tutti i costi perseguitarli, nelle sue lettere li descriveva con dovizia di particolari, quasi come se ne fosse attratto. In base alle loro caratteristiche ad alcuni venivano dati degli pseudonimi: Giovanna d’Arco, ‘a sticchina, ‘a picciridda, madama butterfluy, solo per citarne alcuni».  

Dopo un anno, i 45 vennero rimandati a casa, perché si doveva far spazio ai tanti oppositori politici del regime. «Molti di loro si sono mimetizzati nella società, forse per la vergogna – commenta Crivello – Alcuni si sono sposati, di altri non se ne seppe più nulla. Tutto questo dispiace, perché da questa storia poteva nascere una comunità gay, anche come forma di rivendicazione di quanto subito, ma invece non è successo». A rispolverare la storia dei 45 omosessuali esiliati a San Domino è stata anche la fotografa freelance Luana Rigolli

Nata a Piacenza, ma residente a Roma, Rigolli ha raccolto le loro fotografie a corredo delle cartelle di prigionia, poi è andata a fotografare i luoghi dove hanno scontato la condanna. «Tutto è partito nel 2018, quando ho letto il libro di Goretti e Giartosio – commenta – La curiosità mi ha talmente travolto da spingermi in una ricerca nell’archivio di Stato a Roma. Poi mi sono diretta a Catania, passando sia ad Acireale che da Riposto, luoghi di origine di alcuni di loro. Qui ho fotografato tutti i posti che hanno frequentato. Dopodiché sono andata fino a San Domino, dove ho immortalato i casermoni in cui hanno trascorso la loro prigionia. Ho conosciuto un signore delle Tremiti: ai tempi era piccolo, ma si ricordava di loro». Questa storia ha dato la possibilità a Rigolli di rispolverare le sue radici, in parte siciliane. Adesso la sua raccolta fotografica sarà pubblicata in alcune riviste in giro per l’Europa. «Mia madre è originaria della provincia di Messina – conclude – E uno di loro ho scoperto che ha lo stesso cognome di mia nonna. Questo mi ha toccato ancora più da vicino. Ho firmato un contratto con alcuni giornali esteri. Tra qualche mese ci sarà la pubblicazione». 

Vincenzo Crivello e Luana Rigolli il prossimo 12 luglio saranno impegnati in un percorso artistico allestito al museo Mandralisca di Cefalù, tutto interamente dedicato alla storia dei 45 omosessuali catanesi. La mostra sarà intitolata Vite al confino. Rigolli presenterà la sua mostra fotografica intitolata L’isola degli arrusi, 1939, mentre Crivello darà vita a uno spettacolo teatrale in cui interagirà con i pupi siciliani di Angelo Sicilia e Giuseppe Colontuoni, che impersoneranno i 45 mandati al confino. Alla mostra darà il suo contributo anche l’artista Pupi Fruschi, che illustrerà i suoi 13 disegni incentrati sul tema: volti accennati, caricature semplici con i lineamenti di ogni personaggio. Tutta l’iniziativa, voluta anche dalla direttrice del museo Laura Gattuso, è nata attraverso l’autofinanziamento da parte degli artisti. L’ingresso è gratuito. 


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