Provenzano, il boss nel ritratto di Lupo e Santino «Ha incarnato la mafia stragista e quella mediatrice»

«Non so se fosse un simbolo, di sicuro era un uomo completamente andato di testa». Quarantatré anni di latitanza, dieci di carcere duro in regime di 41bis, una parte dei quali in isolamento. Bernardo Provenzano, ritenuto il capo di Cosa nostra dal 1993 fino al suo arresto – nel 2006 – è morto a 83 anni. Dopo aver trascorso più della metà della sua vita scappando dalla giustizia. «Il suo potere? Era come quello degli uomini della stagione mafiosa di cui ha fatto parte – spiega lo storico della mafia Salvatore Lupo – Una forza costruita da latitanti, e per il fatto stesso che fossero latitanti». È proprio Lupo – assieme a Umberto Santino, direttore del Centro studi Peppino Impastato – a tracciare un ritratto del capo della Cupola.

«Spesso non si considera che, nella tradizione antica della mafia, il mafioso era perfettamente integrato nella società – spiega Lupo – Ed era anche piuttosto rispettato nella sua vita di tutti i giorni. I Corleonesi no, loro vivevano fuori dalle maglie della vita comune». La fuga di ‘zu Binnu si è interrotta l’11 aprile 2006, in una masseria fuori da Corleone. Nello stesso territorio in cui lo storico boss è nato e in cui ha cominciato a muovere i primi passi nella criminalità organizzata: prima al fianco di Luciano Liggio, poi come «luogotenente fedelissimo di Totò Riina». Condannato all’ergastolo per le stragi di Capaci e di via D’Amelio, oltre che per tutti i più eccellenti omicidi di mafia, per Salvatore Lupo «finché Riina era vivo, Provenzano era un braccio destro, ma di certo non era lui il nome di rilievo».

Secondo Umberto Santino, Provenzano è stato «un personaggio che incarna la mafia degli ultimi decenni in tutte le sue declinazioni: da quella stragista a quella mediatrice». Da killer a capo lungimirante. «È stato il primo a capire che delitti che miravano verso l’alto, come le uccisioni di Piersanti Mattarella, Pio La Torre, Carlo Alberto Dalla Chiesa, avevano un effetto boomerang per la mafia. Senza la morte di Dalla Chiesa – continua Santino – non sarebbe passata la legge antimafia, che invece fu approvata dieci giorni più tardi». A Binnu, secondo lo studioso, si deve la svolta diplomatica di Cosa nostra. «Ha dato il via a una stagione di restaurazione una vecchia dimensione della mafia: quella della mediazione e del controllo della violenza rivolta verso l’alto. Questo gli ha dato un ruolo di icona che ha mantenuto per anni», quelli della sua lunga latitanza. 

Un personaggio, oltre che un uomo. Che, secondo Salvatore Lupo, è stato protagonista anche «di una cattiva letteratura che non ha fatto altro che alimentare il folklore sulla mafia siciliana». Ma che era anche in grado di contravvenire alle regole, di comportarsi come un anarchico all’interno della Cupola: «Per esempio non era sposato, conviveva», racconta Umberto Santino. Un fatto che non era visto di buon occhio – almeno dal punto di vista formale – in un ambiente in cui i boss tendevano sempre a condannare chi violava la sacralità del vincolo matrimoniale. Gli stessi boss che «consideravano un puttaniere Tommaso Buscetta per le sue avventure extraconiugali» e che arrivavano a uccidere le donne che si macchiavano di adulterio, anche se facevano parte della loro stessa famiglia.

Provenzano sulla famiglia aveva una visione diversa. «Un capomafia – aggiunge il direttore del Centro studi Impastato – mira soprattutto alla continuità, alla successione. Questo di lui non si può dire». Anche se i figli non hanno mai preso in maniera formale le distanze dal padre, infatti, pare che il boss «li abbia sempre tenuti alla larga da Cosa nostra: un figlio, Francesco Paolo è laureato e si è specializzato in Germanistica. Ha anche vinto una borsa di studio all’estero». Borsa che poi gli è stata revocata. «Ingiustamente a parere mio – commenta Santino – Se un figlio segue altre strade rispetto al padre mafioso, bisogna solo aiutarlo a uscire da questo ambiente». Angelo Provenzano, il primogenito, invece, è stato al centro di una polemica per avere preso parte a degli itinerari in cui spiegava a turisti americani la vita da figlio del padrino. «Raccontava della mafia vecchia scuola: quella dell’onore e del rispetto delle tradizione». Sia Angelo che Francesco Paolo sono incensurati e non sono stati toccati da inchieste giudiziarie.


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