Mentre il centrodestra dell’Isola si dedica all’alchimia tra sigle e alla gestione delle emergenze, il Partito Democratico siciliano non resta a guardare. La compagine guidata da Anthony Barbagallo sta tentando, nelle ultime settimane, di uscire dall’angolo dell’opposizione parlamentare per ritrovare una sintonia con la piazza. L’analisi degli ultimi dispacci targati Pd in Sicilia delinea un […]
Foto Crisafulli pagina Facebook
Il Pd siciliano alla ricerca dell’alba: tra mobilitazioni di piazza e il nodo campo largo
Mentre il centrodestra dell’Isola si dedica all’alchimia tra sigle e alla gestione delle emergenze, il Partito Democratico siciliano non resta a guardare. La compagine guidata da Anthony Barbagallo sta tentando, nelle ultime settimane, di uscire dall’angolo dell’opposizione parlamentare per ritrovare una sintonia con la piazza. L’analisi degli ultimi dispacci targati Pd in Sicilia delinea un partito che punta tutto sulla questione morale e sulla pace, cercando di coprire i fianchi di una coalizione alternativa ancora in fase di gestazione. Segnale palese: la mobilitazione contro l’uso della Sicilia come base logistica nei conflitti internazionali. Da Niscemi a Sigonella, è chiaro il tentativo di riappropriarsi dei propri temi, in una sfida ai governi di Renato Schifani e Giorgia Meloni sul terreno della sovranità territoriale.
L’attacco frontale: morti bianche e questione morale
Il segretario regionale Barbagallo ha alzato i toni su due fronti critici per la giunta regionale. Il primo è quello relativo alla sicurezza sul lavoro. In seguito agli ultimi tragici incidenti, il Pd ha denunciato con forza l’esiguità del numero di ispettori in Sicilia. La critica non è solo tecnica, ma politica: si accusa la Regione di una «distrazione colpevole» sul tema, concentrata invece su bandi di promozione turistica superflui. Il secondo è uno dei cavalli di battaglia, da sempre, della sinistra: la questione morale. Con un gioco facile, in un governo flagellato da continue inchieste giudiziarie sui componenti della sua maggioranza. Davanti alla quale il Pd ha provato a compattare le opposizioni intorno a una mozione di sfiducia a Schifani: perdendo sui numeri in aula, ma tracciando un solco etico tra i due blocchi.
La geometria variabile del campo progressista
Ma la vera sfida del Pd in Sicilia non è contro Schifani. Bensì all’interno del proprio campo. Le dichiarazioni emerse dalla direzione regionale confermano la volontà di costruire un fronte unito con il Movimento 5 Stelle in vista delle prossime elezioni amministrative (con centri come Agrigento, Marsala e Termini Imerese). Tuttavia, i nodi restano: chi deve guidare la coalizione? La scelta di convergere su profili di rinnovamento, come Michele Sodano ad Agrigento, indica una strategia chiara: il Pd è disposto a fare un passo di lato sulla leadership dei candidati sindaci, pur di mantenere unito il fronte anti-destra. È un esperimento di fusione fredda speculare a quello tra MpA e Forza Italia, ma con meno risorse di sottogoverno da spartire.
Il Caso Enna: l’ombra di Crisafulli e il Pd senza logo
A rendere ancora più fluido e contraddittorio il quadro del centrosinistra è la situazione esplosa nelle ultime ore a Enna, storico feudo rosso che oggi si trasforma in un laboratorio di disobbedienza identitaria. La figura di Vladimiro Mirello Crisafulli, storico barone del socialismo e del post-comunismo ennese, ha rotto gli indugi: la sua candidatura a sindaco (o quella di un suo diretto referente di area) si presenterà ufficialmente senza il simbolo del Partito democratico. Rinunciare al logo ufficiale non è un addio ai dem, ma un guanto di sfida lanciato alla segreteria regionale di Barbagallo. Crisafulli punta su una corazzata di liste civiche che aggregano il consenso personale e trasversale, slegandosi dai vincoli di un campo largo che a Enna fatica a decollare a causa delle storiche ruggini con i vertici del M5S.
Si crea così un paradosso politico evidente: mentre a Palermo il Pd cerca di costruire un’immagine di partito unito e nuovo, nel cuore dell’Isola il potere reale preferisce nascondere la bandiera ufficiale per evitare i veti incrociati degli alleati o i diktat della segreteria nazionale. Per Schifani e il centrodestra, la mossa di Crisafulli è un regalo inaspettato (o forse calcolato): un Pd che corre senza simbolo è un PD che ammette implicitamente la propria debolezza come brand, pur mantenendo intatta la propria forza come macchina di voti locale.
Le contraddizioni interne: il fantasma del passato
Nonostante il piglio battagliero di Barbagallo, il Pd siciliano resta un organismo complesso e, spesso, diviso. Un partito che si aggira tra correnti e congressi. La recente istituzione di coordinamenti cittadini – come ad Agrigento -, per traghettare i circoli verso i congressi, rivela che il partito è ancora impegnato in una faticosa opera di riorganizzazione interna. È, però, d’obbligo evidenziare che un punto di forza comunicativo è stato quello relativo alla gestione dei rappresentanti di lista per il referendum, con oltre mille giovani coinvolti. Segno che la base giovanile è più attiva dell’apparato burocratico.
Una rincorsa da rendere concreta
Il Pd siciliano, insomma, appare come un corridore che ha iniziato una lunga rincorsa. La strategia è chiara: denunciare le inefficienze della giunta – dai trasporti alla sanità – e occupare i temi sociali snobbati dal governo regionale. Il rischio, tuttavia, resta quello di una opposizione di testimonianza: se il dialogo con il M5s e le altre forze progressiste non si tradurrà in un programma di governo alternativo e credibile – oltre il No corale a Schifani – i democratici rischiano di arrivare alle Regionali 2027 con ottime ragioni morali, ma scarse probabilità numeriche. La Sicilia di oggi, stremata dalla siccità e dai rincari, chiede soluzioni: e il Pd deve ancora dimostrare di avere una ricetta valida, non solo una critica ai difetti altrui.