“No” all’Europa dei banchieri e degli speculatori

di C. Alessandro Mauceri

Domani, mercoledì 14 novembre, è stato proclamato lo sciopero di quattro ore per tutte le categorie, esteso all’intera giornata per il settore dei servizi pubblici, dell’istruzione, del commercio e del turismo, non a livello locale e neanche a livello nazionale, ma “contemporaneamente” in Grecia, Spagna e Portogallo e in Italia.

In Italia , lo sciopero di “sole” 4 ore, promosso inizialmente dalla Confederazione Cobas, poi dalla Cgil (con esclusione della Flc che sciopererà nella scuola il 24 novembre), da Unicobas-scuola, Usi e Cub-scuola, non riguarderà solo la classe lavoratrice, quanto tutti quei ‘pezzi’ e i segmenti di società che vengono colpiti duramente dalla crisi in corso.

Quello di domani è una giornata di portata storica, anche se, a livello nazionale, i media hanno dedicato a questo evento molta meno risonanza di quella che, invece, meriterebbe. Per la prima volta, infatti, 40 organizzazioni sindacali di 23 Paesi saranno coinvolte nella giornata europea di azione e di solidarietà e scenderanno in strada insieme per protestare contro le misure di austerity adottate dai singoli Governi.

In molti Paesi comunitari ci si è, finalmente, resi conto che i “tagli di bilancio” e i “piani di salvataggio” non hanno sortito gli effetti sperati, ma anzi, in molti casi, hanno causato l’indebolimento delle economie locali e la recessione, hanno fatto sì che migliaia di lavoratori e lavoratrici dovessero rinunciare alla tutela dei propri diritti per accondiscendere a imposizioni e promesse (peraltro spesso non mantenute) di evitare il licenziamento o la Cassa integrazione (solo in Italia la Cassa integrazione è aumentata, con 19,6 milioni di ore autorizzate nei primi dieci mesi del 2012 con un aumento del 4% sul 2011).

Alla manifestazione di domani hanno aderito alcuni tra i Paesi più colpiti dalla politiche di austerity dell’Unione Europea, della Bce e dell’Fmi.

Domani, 14 novembre, uomini e donne scenderanno in piazza a Roma, Bucarest, Praga, Stoccolma, Madrid, Lisbona, Atene e in tante altre città europee. Milioni di cittadini si riverseranno nelle piazze di tutta l’Europa per far sentire ai Governi locali, ma anche al Governo (sempre che tale termine sia esatto) centrale di Bruxelles il proprio disagio, per far comprendere a chi gestisce la cosa comune che le misure di austerità non hanno fino ad oggi prodotto i risultati sperati, anzi, sono servite solo ai “raiders”, ovvero agli speculatori di Borsa, per giocare con lo spread dei vari Paesi, incuranti del fatto che le loro speculazioni spesso si trasformano in costi insostenibili per i singoli Stati e in gravosi aumenti del carico fiscale per i singoli cittadini e per le imprese.

I cittadini di tanti Paesi europei, con le loro manifestazioni, i sit-in e gli scioperi intendono far comprendere a chi gestisce la cosa comune che non è più possibile rinviare e che è necessario un cambio di rotta per ridare impulso all’economia locale e dell’intera Europa.

Del resto, che le misure adottate non siano state sufficienti lo dimostrano i dati sulla crescita economica e sulla disoccupazione, se è vero, come è vero, che in Europa 25 milioni di persone non hanno un’occupazione e che, in alcuni Paesi, il tasso di disoccupazione giovanile supera il 50%.

Al contrario, le misure adottate (ma, forse, sarebbe più opportuno dire imposte e non solo nel senso di tasse, ma di costrizioni) da alcuni stati europei stanno trascinando l’Europa in una condizione di stagnazione economica, che potrebbe sfociare a breve in recessione. Il solo risultato ottenuto è che la crescita si è fermata; peggiorano gli squilibri socioeconomici e crescono il malcontento e l’evasione fiscale.

Per questo motivo il CES, la Confederazione Europea dei Sindacati, ha presentato nelle scorse settimane, a Londra, di comune accordo con la Confederazione Internazionale dei Sindacati (ITUC), UNI-Europa e altri soggetti, un documento che mira a combattere le speculazioni che sono state causa (se non in toto almeno in grossa parte) della crisi che sta caratterizzando la vita politica, sociale e imprenditoriale europea.

Con questo documento si chiede, tra l’altro, che vengano adottati controlli più rigorosi sulle azioni delle istituzioni finanziarie, che venga adottata una regolamentazione efficace a livello internazionale, e, certamente, a livello europeo, che si attivino misure affinché sia garantito che i fondi siano disponibili per gli investimenti nell’economia reale, contribuendo alla creazione di posti di lavoro “verdi” e tecnologie per lo sviluppo sostenibile e che si concentri l’attenzione della politica pubblica sulle grandi questioni di disparità del reddito e dei salari.

“In alcuni Paesi l’esasperazione della gente sta raggiungendo un picco”, ha affermato Bernadette Segol, Segretario Generale della CES. È necessario adottare procedure “urgenti per rilanciare l’economia, non per soffocarla con austerità. I leader europei hanno torto di non ascoltare la rabbia delle persone che stanno scendendo in piazza. Chi gestisce la cosa comune “non può più comportarsi in modo arrogante e brutale nei confronti dei Paesi che si trovano in difficoltà”.

 


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