La mostra Storia delle mafie con i disegni di Pippo Fava. Il curatore: «I mafiosi hanno paura della cultura e di chi studia»

Una mostra sulla storia delle mafie, arricchita dai disegni e dalle caricature di Pippo Fava. Il titolo è proprio Storia delle mafie e per la prima volta sarà in Sicilia; per la precisione a Palazzolo Acreide, paese di nascita di Pippo Fava, giornalista, scrittore e poeta ucciso nel 1984 da Cosa nostra. Storia delle mafie aprirà oggi alle 17 a Spazio San Sebastiano – che è una galleria d’arte e un centro culturale – e sarà visitabile, gratuitamente, fino al 2 marzo 2025. La mostra – che è curata da Fabio Iadeluca della Pontificia Academia Mariana Internationalis (Pami) – oltre ai disegni di Fava, espone foto e video sulla lotta alle mafie. «In questo periodo si parla molto di guerre – e sono tematiche importanti, per carità – ma non si parla più di mafie», dice Iadeluca a MeridioNews. Secondo il curatore della mostra – che è anche il coordinatore dei dipartimenti e degli osservatori della Pami – «è proprio questo che vogliono le mafie: che se ne parli poco. Un’indagine giornalistica ha fatto emergere che sei persone su dieci pensano che la mafia non sia più un problema». Secondo Iadeluca, a queste persone bisogna spiegare che «il business delle mafie» ammonta a decine di miliardi di euro ogni anno, «alle quali devono essere aggiunti» diversi altri miliardi «legati alla corruttela. E ovviamente – sottolinea il curatore della mostra – i mafiosi su questi soldi non ci pagano le tasse», per cui si arriva a cifre altissime, che sono frutto di economia illecita.

«Sbaglia chi pensa che le mafie stanno diventando più buone», dice Iadeluca al nostro giornale. Semplicemente «si sono rese conto che non conviene più sparare. C’è un’intercettazione tra due mafiosi nella quale uno chiede all’altro: “Tu adesso come scegli chi deve far parte della tua organizzazione?”. L’altro risponde: “Prima li sceglievo che dovevano saper fare bang bang, mentre adesso devono saper fare click click“, perché con un click si muovono milioni di euro. Questo è il nuovo mercato delle mafie, quello che si regge sulle nuove tecnologie». Ed è anche per questo – per far crescere la consapevolezza sui nuovi metodi della criminalità organizzata – che la mostra Storia delle mafie è stata pensata come un format non statico, «che coinvolge le scuole, le quali – oltre a visitare la mostra – faranno dei lavori di gruppo su questi temi. Dobbiamo dire alle nuove generazioni cosa hanno fatto le mafie e di cosa sono capaci. Ricordiamoci che i ragazzi danno sempre risposte bellissime, però bisogna motivarli», dice Iadeluca.

Il curatore della mostra – che studia le mafie «da 27 anni, con magistrati e forze dell’ordine» – sottolinea un concetto fondamentale: «Se da oltre 200 anni parliamo di mafie, evidentemente non si tratta di un problema esclusivamente criminale, ma anche sociale». Secondo Iadeluca, per capire le mafie «serve andare a vedere i trascorsi storici» delle aree dove le mafie si sono sviluppate: soprattutto Sicilia, Calabria, Campania e Puglia. «La Storia diventa la chiave di lettura dei fenomeni mafiosi». Se no non si capisce – è la sintesi del pensiero di Iadeluca – come mai nonostante l’Italia abbia «una delle migliori legislazioni antimafia, le migliori forze dell’ordine e i migliori magistrati, ancora parliamo della potenza delle mafie». Secondo il curatore della mostra, per avere alcune risposte non si può prescindere «dall’aspetto politico-economico e da quello sociale».

«Riflettiamo sul perché viene ucciso don Pino Puglisi», dice Iadeluca. «Perché ha preso le persone dalla strada – tutta gente che aveva difficoltà – le ha messe nel Centro di accoglienza Padre nostro e ha dato loro cultura. Le mafie hanno il terrore della cultura, perché questa fa capire alle persone che c’è un domani migliore; e i mafiosi non vogliono che la gente lo capisca. Ecco perché viene ucciso don Pino Puglisi, perché dava fastidio alle mafie. La cultura – continua Iadeluca – è devastante nella lotta alle mafie. Serve investire in cultura, perché questo propaga anticorpi di legalità. Ognuno, per la propria parte di competenza, deve intervenire per arginare e poi reprimere il fenomeno mafioso». Secondo Iadeluca «la mafia finirà quando non avrà più consenso sociale»; per questo «il ruolo della politica è fondamentale: la magistratura e le forze dell’ordine possono anche sradicare le mafia, ma poi servono politiche del lavoro immediate. Il diritto al lavoro è fondamentale – continua il curatore della mostra – perché mette paura alle mafie». Per Iadeluca «come ha detto Papa Francesco, tutti devono avere gli strumenti per capire, leggere e conoscere, per questo come Pontificia Academia Mariana Internazionalis mettiamo a disposizione gratuitamente moltissimi documenti, atti e libri sul fenomeno mafioso». Le persone «devono sapere ed essere consapevoli, perché quello che Cosa nostra ha fatto in Italia non è stato mai fatto in nessun Paese democratico al mondo».

Poi un passaggio su Pippo Fava. Storia delle mafie, infatti, ha un importante contributo della Fondazione Fava: 28 disegni – realizzati per lo più a penna – che rappresentano tipi di mafioso e maschere grottesche con dei titoli dati a ognuna dallo stesso Fava; caricature che ridicolizzano i boss mafiosi e si prendono gioco di loro. «Il lascito di Fava è bellissimo e grande», dice Iadeluca. «Nel 1984 non era facile andare contro i mafiosi. Lui li ha affrontati a viso aperto, senza se e senza ma. Ecco l’importanza di Giuseppe Fava. Non era facile quello che ha fatto. Lui ha gridato e messo in risalto i loschi affari dei mafiosi. Da solo è andato avanti, non ha avuto paura. Però – sottolinea Iadeluca – non dobbiamo ricordarci di Fava solo ogni 5 gennaio, di Falcone ogni 23 maggio, di Borsellino ogni 19 luglio, o degli altri magistrati, forze dell’ordine e persone della società civile» uccise dalle mafie. «Dobbiamo rendere onore a queste persone e ai loro insegnamenti ogni giorno – conclude Iadeluca – nelle nostre azioni quotidiane, se no sarebbero solo delle icone. Ricordarli solo quando c’è la ricorrenza della loro morte è veramente troppo poco».


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