Mafia, il ritorno degli Arena. A Librino gestiscono droga, alloggi popolari e una rete di distributori automatici

Un cognome che rappresenta l’ortodossia della mafia a Catania, che ridiventa popolare nel terzo capitolo di una storia che ha come protagonisti gli Arena. Una famiglia diventata cosca a partire dagli anni ’80. Capace di superare decine di blitz delle forze dell’ordine e importanti sconvolgimenti nel panorama mafioso cittadino. Armi e droga sono ancora il core business principale del clan, così come le due torri di viale San Teodoro, nel quartiere Librino, il centro del loro potere criminale. Ieri l’operazione della polizia che ha eseguito 31 provvedimenti di custodia cautelare di cui 23 in carcere. Nella lista di nomi a spiccare è quello di Massimiliano Massimo Arena, rampollo dello storico capomafia Giovanni; catturato dopo 18 anni di latitanza nell’ottobre 2011. Boss di cui si è tornato a parlare recentemente grazie a TikTok e alle live della figlia Lidia(estranea a questa indagine, ndr). La cosca nei decenni ha alternato periodo di autonomia gestionale all’affiliazione ai Santapaola, agli Sciuto-Tigna, ai Cappello e per ultimi agli ex rivali dei Nizza. Dopo l’arresto di Andrea Nizza sarebbero però tornati a fare gruppo a sé nel settore degli stupefacenti attraverso la piazza di spaccio al civico 13 di viale Moncada. Un «complesso contesto criminale», come viene definito nell’ordinanza, in cui emerge la fondamentale collaborazione di Rosario Turchetti, suocero di Massimiliano Arena, e del figlio Marco Turchetti. Con loro avrebbe operato anche la mamma di quest’ultimo: Liliana Carbonaro. La donna è accusata di avere ricoperto il ruolo di detentrice della cassa comune in cui confluiscono quotidianamente i proventi in denaro dell’attività di spaccio.

Il 15 febbraio 2022, stando alla ricostruzione degli investigatori, si sarebbe svolto un importante summit di mafia con importanti figure attive nel quartiere San Cristoforo. A svelare i dettagli di questo incontro è lo stesso Marco Turchetti durante un dettagliato racconto fatto alla propria fidanzata. Aneddoti che riguardano una disputa con Domenico Querulo, del clan Cappello, per la fornitura di droga. «Aveva espresso il suo desiderio di essere indipendente da qualsiasi obbligo di esclusiva riguardo agli approvvigionamenti di droga – si legge nell’ordinanza – e aveva dichiarato apertamente la sua intenzione di acquistare sostanze stupefacenti dal miglior offerente, senza vincoli verso una specifica famiglia mafiosa». Una manifestazione di indipendenza in cui, direttive e linee guida, sarebbero state fornite dal carcere direttamente da Massimiliano Arena. Il figlio dello storico capomafia avrebbe mantenuto i contatti con l’esterno attraverso una comunicazione clandestina con un cellulare. In un’occasione addirittura la moglie sarebbe stata scoperta con una sim dalla polizia penitenziaria. Arena «risulta particolarmente coinvolto nelle decisioni finanziarie legate alle attività illecite – continua l’ordinanza – Chiede denaro alla sua famiglia tramite telefonate e tenta di coordinare i pagamenti, indisponendosi di fronte al rischio di ritardi o riduzioni di tale flusso».

Dietro il peso criminale della famiglia Arena ruoterebbe anche la gestione degli alloggi popolari nel rione Librino. I particolari vengono svelati alle forze dell’ordine dal collaboratore di giustizia Filippo Scordino. «L’occupazione degli alloggi popolari nel quartiere è condizionata dalle famiglie mafiose – si legge in un verbale – Ad esempio, al 10 di viale Moncada bisognava chiedere il permesso alla famiglia di Andrea Nizza, mentre al 5 di viale Moncada bisognava chiedere il permesso alla famiglia Arena. Alla due Torri in viale San Teodoro, dove sta Massimiliano Arena, bisogna chiedere il permesso di occupare sempre alla famiglia Arena». Il collaboratore fa riferimento anche alla presunta esistenza di una ditta di alimenti e bevande, diretta da una degli Arena, che si occuperebbe della gestione dei distributori automatici nel quartiere, alimentati con l’energia elettrica dei condomini. Il racconto però viene interrotto da una parte omissata. «Naturalmente non chiedono permesso a nessuno per collocarli e nessuno si permette di toccarli in quanto tutti sanno che sono della famiglia Arena».

Secondo il giudice per le indagini preliminari Stefano Montoneri il ruolo di Massimiliano Arena «va ben oltre quello di un semplice partecipante – si legge nei documenti dell’inchiesta – Si afferma come un leader risoluto, capace di gestire e dirigere un’organizzazione criminale complessa con determinazione. In sintesi, il quadro indiziario a carico di illustra un individuo immerso nel tessuto criminale, con una capacità non solo di partecipare ma di guidare e influenzare le attività illecite, anche dal carcere».


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