Mafia, massoneria e appalti alla Regione: il «sistema relazionale» di Carmelo Vetro

Un «sistema relazionale» in cui la massoneria «funge da rete alternativa o parallela alla struttura mafiosa classica». Ma di fatto «equivalente nell’obiettivo di penetrare e condizionare la pubblica amministrazione». Il profilo messo nero su bianco nei documenti giudiziari è quello di Carmelo Vetro, l’imprenditore di Favara, in provincia di Agrigento, già condannato a nove anni per mafia e adesso nuovamente finito nei guai nell’ambito dell’ultima inchiesta su mafia e corruzione alla Regione Siciliana. Vetro è ritenuto dai magistrati della procura di Palermo l’elemento centrale nella rete di relazioni che rimandano a personaggi di spicco dell’apparato amministrativo regionale. Dal funzionario Giancarlo Teresi fino a manager-politico Salvatore Iacolino che di Vetro è anche compaesano. Uno schema in cui la massoneria giocherebbe un ruolo da non sottovalutare, almeno secondo i pm, anche per ottenere appalti pubblici.

Un vecchio blitz e le tessere della massoneria di Vetro

Per mettere insieme i tasselli di questa vicenda bisogna andare indietro fino al 2012 quando a Vetro viene notificato un decreto di fermo. Durante una perquisizione vengono recuperati dei documenti che attestano la sua appartenenza alla massoneria. Due tessere, quella di primo grado numero 1996 e quella di secondo grado numero 31962, che indicano l’imprenditore, figlio del boss di Cosa nostra Giuseppe Vetro, come iscritto alla Gran loggia d’Italia degli antichi liberi accettati muratori. Più di dieci anni dopo l’appartenenza alla massoneria torna d’attualità tra relazioni e appalti. In un dialogo intercettato Vetro si diceva particolarmente deluso dalla condotta di un cugino che, a suo dire, lo avrebbe allontanato dopo il primo arresto. «L’ho fatto entrare in massoneria – spiegava – gli ho fatto conoscere la politica».

Il rapporto con il cugino

«Veramente eravamo come fratelli – continua – lui si coricava in mezzo con mio padre e mia madre quando era bambino, che mia zia era a Milano e mio padre se lo coricava a casa». Il boss di Favara avrebbe avuto un affetto particolare per il nipote di cui parla Vetro. «A diciotto anni gli ha comprato il deltone Miki Biasion con la targhetta 85 serie limitata… come ti puoi scordare di queste cose.

Dopo otto anni non mi hai scritto nemmeno una cartolina. Io sono uscito e dopo sei mesi mi ha chiamato». Un modo di fare che avrebbe messo fine al rapporto tra i due cugini: «Questo è un pezzo di merda – insisteva Vetro rivolgendosi al suo interlocutore – casomai te lo presentano, questo faccia di minchia…guardati perché è un falso, un traditore, un infame che non esistono sulla terra».

Rispetto al 2012, precisano gli inquirenti, non è chiaro a quale loggia presti la propria obbedienza Vetro. Non è dato sapere se si tratti di una società massonica riconosciuto oppure se sia coperta. «Tuttavia è evidente il ricorso che fa Vetro a un sistema di influenze che, in alternanza o congiuntamente a quello mafioso, consente di istaurare partnership tra imprenditori, aggiudicarsi appalti, fare raccomandazioni e chiedere favori».


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