Mafia, il boss di Torretta un allevatore incensurato «Ma i cristiani lo sanno che è lui, che è nominato»

«Tu lo sai come funziona… è matematico: un anno più, un anno meno...». Così parlavano due stretti collaboratori di Raffaele Di Maggio, finito ieri in manette con l’accusa di essere il capo della famiglia di Torretta, una delle più attive all’interno del mandamento mafioso di Passo di Rigano. E in effetti anche lo stesso Di Maggio, da par suo, aveva dei presentimenti. Forti sensazioni che talvolta si trasformavano in ossessione: sapeva di essere seguito, così come di essere intercettato, o forse solo lo pensava, a giudicare dai discorsi che faceva già nel 2018 ai suoi sodali più vicini. Di anni in più, Di Maggio, ne è durati due. L’operazione Crystal Tower infatti altro non è che la continuazione, la chiusura del cerchio dell’indagine che già nel luglio del 2019 aveva disarticolato buona parte della famiglia di Torretta, portando persino al commissariamento del Comune a causa delle acclarate ingerenze di Cosa nostra, rappresentata in quell’occasione da Calogero Christian Zito, in ottimi rapporti con l’allora primo cittadino.

E dire che all’inizio Raffaele Di Maggio aveva avuto più di una riserva nell’accettare un ruolo che non gli spettava di diritto, nonostante i precedenti importanti del padre Giuseppe, già vertice della famiglia di Torretta, ma che era finito sulle sue spalle dopo una regolare, se così si può dire, votazione tra tutti i membri dell’associazione. Figlio d’arte, dunque, incensurato, agli occhi di tutti Raffaele Di Maggio era soltanto un allevatore, che si occupava del bestiame nell’azienda intestata alla moglie. Intanto, come acclarato dalle indagini, sarebbe stato lui l’unico titolato ad avere l’ultima parola su ogni affare, su ogni controversia, su ogni decisione, secondo un vecchissimo schema che ricalca quello portato alla luce negli anni Settanta-Ottanta grazie alle dichiarazioni di Tommaso Buscetta e molto ben conosciuto dai grandi alleati di Di Maggio, quegli Inzerillo scappati negli Stati Uniti dopo aver perso la guerra di mafia contro i corleonesi e tornati giusto pochi anni fa, il tempo di tentare di riorganizzarsi e finire tra le maglie delle indagini dei carabinieri, che hanno inferto un duro colpo anche alla loro famiglia nella stessa operazione del luglio 2019.

Eppure di Raffaele Di Maggio, che pare gestisse una famiglia cruciale, il trait d’union tra la Cosa nostra siciliana e quella americana, ma anche lo snodo cruciale nella comunicazione tra mandamenti e persino tra famiglie di province diverse, sapevano tutti. Questo almeno stando alle parole di Simone Zito, pezzo da novanta del clan, nonché consigliere del boss. «I cristiani lo sanno chi è lui … È nominato, lo sa tutto il mondo … dall’indomani lo sa». E in quel «Tutto il mondo» espresso da Zito c’erano anche i carabinieri: «Però è bummiatu (intercettato ndr) forte … forte è bummiatu – continua l’italoamericano – Perché ce l’ha a Cirina (la zona a Piano dell’Occhio in cui si trovano le stalle di Di Maggio ndr) le telecamere, ce l’ha qua, davanti, dietro, a tutte banne». E anche per questo Di Maggio aveva fatto divieto assoluto di utilizzare la propria abitazione, fosse pure per un incontro. Accortezze che però non gli sono servite a sfuggire all’arresto.


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