Mafia, bloccate piazze di spaccio in franchising  La droga chiamata «arancini» e «cartocciate»

Finti appassionati di arancini e cartocciate. I prodotti tradizionali della rosticceria siciliana, che venivano utilizzati nello scambio di battute tra gli arrestati dell’operazione antimafia Family, erano solo una copertura per gestire il traffico di droga. Un linguaggio in codice che non è sfuggito agli investigatori della squadra mobile di Catania che hanno chiuso il cerchio su due piazze di spaccio, attive nei quartieri di Zia Lisa e di San Cristoforo, in particolare nell’area del tondicello della Playa. Sono così finite in manette cinque persone, mentre per quattro le ordinanze di custodia cautelare sono state notificate direttamente dietro le sbarre, dove già si trovavano. 

I nomi caldi sono quelli di Andrea Cambria e Santo Strano. Quest’ultimo conosciuto nell’ambiente della criminalità organizzata catanese con l’appellativo di Facci i Palemmu. Sarebbero stati loro due le menti del gruppo. Il primo si sarebbe occupato dei contatti con i trafficanti di droga campani e calabresi mentre il secondo è ritenuto «uno dei soggetti fondamentali per il benestare del clan mafioso dei Cappello», spiega la magistrata Assunta Musella. Il supermercato della droga sarebbe stato gestito come una sorta di franchising con una percentuale degli incassi che doveva essere obbligatoriamente corrisposta alla cosca, la stessa che ha spodestato Cosa nostra, come emerso nell’ultima relazione della Direzione nazionale antimafia

Il mercato della droga ancora una volta si dimostra quello più redditizio. Lo dicono i numeri dell’inchiesta e l’ammontare di sequestri e acquisti di stupefacenti. La vendita, che avveniva sia al dettaglio che all’ingrosso a beneficio di altre cosche, prevedeva trasferte con cadenza settimanale nella piana di Gioia Tauro. Nel feudo della ‘ndrina dei Piromalli, cocaina, fumo e marijuana venivano comprati al prezzo di 40mila euro al chilogrammo. In due occasioni però le trasferte non sono andate a buon fine. Il 21 novembre 2011 veniva preso Mario Gerbini. Un corriere che trasportava sei chili di roba insieme a quattro pistole e 467mila euro in contanti. L’anno successivo le manette venivano strette ai polsi di Alessandro Di Benedetto. L’uomo portava verso la città etnea quasi dieci chili di stupefacenti divisi in panetti. 

Nella catena di montaggio c’era poi chi si sarebbe occupato di smerciare tra le vie dei quartieri popolari. Ruoli che si sarebbero divisi i figli di Andrea Cambria: Mario Carmelo e Sebastiano. A casa di quest’ultimo durante la scorsa notte sono stati trovati 40mila euro. Soldi che gli inquirenti hanno individuato come proventi delle piazze di spaccio. «Si tratta di una prosecuzione dell’inchiesta Colomba – spiega Antonio Salvago dirigente della squadra mobile di Catania -. Per il nostro lavoro abbiamo utilizzato intercettazioni telefoniche e ambientali ma anche le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia». 

Il nome è quello di Domenico Querulo, trafficante di droga di primo piano che dalla fine del 2013 ha deciso di parlare con i magistrati. I suoi contatti per il mercato degli stupefacenti erano stati messi anche al servizio del capomafia Gaetano D’Aquino – anche lui pentito – e della famiglia Arena di Librino. Querulo nei suoi verbali passati ha puntato il dito anche contro Giuseppe Bosco, presunto membro dei Cappello e figlio dei noti imprenditori dei supermercati poi coinvolti in una grossa inchiesta su un presunto giro di usura

I nomi degli arrestatiAndrea Cambria, pregiudicato;
Santo Strano, pregiudicato;
Sebastiano Cambria, pregiudicato;
Alessandro Di Benedetto, pregiudicato;
Orazio Conte, pregiudicato;
Alfio Costa, pregiudicato;
Giovanni D’Angelo, pregiudicato;
Mario Carmelo Cambria, pregiudicato;
Mario Gerbino, pregiudicato.


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