Gli devastano l’azienda, ma il processo è fermo L’imputato torna libero, nonostante le denunce

Da un lato c’è un imprenditore che non ci ha pensato due volte e ha denunciato subito pesanti danneggiamenti, presumibilmente a scopo di estorsione. Dall’altro una macchina giudiziaria che procede al passo della lumaca. Perché, passati quasi tre anni, il processo in cui l’imprenditore di Zafferana Etnea Sebastiano Costa è parte offesa stenta addirittura a cominciare. Difetti di notifica, la maternità della giudice e alcuni intoppi tecnici hanno causato una serie di rinvii. Così per la prossima udienza bisognerà aspettare gennaio 2020. Lungaggini capaci di esaurire anche i tempi della custodia cautelare del principale imputato, il pluripregiudicato zafferanese Lucio Patanè.

L’uomo, da tutti conosciuto in paese con l’appellativo di Nerone, lasciata la prigione sarebbe tornato a farsi notare dalla sua presunta vittima. Almeno secondo la ricostruzione contenuta nell’ultima denuncia dell’imprenditore, presentata ai carabinieri il 2 marzo scorso. Da qui è scaturito un divieto di avvicinamento nell’arco di 500 metri. Ma la misura a cui era stato sottoposto Patanè è stata poi revocata dal tribunale del Riesame. Un argine a questa lentezza giudiziaria aveva provato a metterlo l’Associazione antiestorsione di Catania Libero Grassi, presente a processo come parte civile

Il caso era stato sollevato nei mesi scorsi in modo formale con una richiesta di anticipazione udienza. Depositata in cancelleria dopo il rinvio dell’8 febbraio 2019, giorno in cui un giudice onorario, in assenza della presidente Maria Lina Matta, aveva fatto slittare tutto a gennaio 2020. Il successo di Asaec è stato però soltanto a metà. Ottenuta un’udienza anticipata il 4 ottobre si è comunque arrivati a un nuovo rinvio al prossimo anno. Decisiva questa volta l’assenza di una avvocata per lutto.

Alla sbarra insieme a Patanè c’è Ida Musumeci, accusata di essere la mandante di una serie di danneggiamenti che avrebbe portato a termine il pregiudicato. Nel mirino, come raccontato da MeridioNews, finirono i rinnovati locali dell’azienda Oro dell’Etna, di proprietà di Costa. Secondo l’accusa Musumeci, all’epoca dei fatti titolare di uno stand abusivo per la vendita del miele, non avrebbe gradito la concorrenza dell’imprenditore a due passi dalla sua attività commerciale. In realtà Patantè, secondo l’ipotesi dell’accusa, sarebbe anche il responsabile dell’incendio della macchina dell’imprenditore.

Dopo le denunce le indagini dei carabinieri della compagnia di Giarre vennero chiuse nel giro di pochi mesi già nell’estate 2016. Patanè, finito in manette e sottoposto a custodia cautelare, veniva descritto dal giudice per le indagini preliminari come un soggetto che denotava «un non comune istinto alla devastazione eretta a sistema di vita». L’anno successivo, ad aprile 2017, l’apertura del dibattimento per una storia in cui i titoli di coda sembrano ancora un lontano miraggio. 


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