«L’immigrato? È da sempre capro espiatorio»

“L’integrazione tra Islam e Occidente è ancora da costruire. Un processo inevitabile dovuto alla globalizzazione, che richiede coraggio e tempo”. Khaled Fouad Allam, sociologo algerino, editorialista de “La Repubblica”, autore di numerosi libri sul mondo islamico, spiega in un’intervista telefonica la sua idea di integrazione. “Bisogna organizzare un Islam italiano”.

Perché in Italia la parola immigrato è quasi sempre sinonimo di delinquente?
“In un certo senso è la condizione dell’immigrato stesso. Anche nella Bibbia spesso questa figura ha la funzione di capro espiatorio: il processo all’immigrato come singola persona è un processo all’immigrazione in generale. L’opinione pubblica tende a generalizzare senza considerare la complessità dei flussi migratori e del rapporto tra immigrazione e sicurezza”.

Quali potrebbero essere, allora, le politiche per garantire maggiore sicurezza ai cittadini?
“Occorre una maggiore presenza in loco e riformulare le politiche a livello territoriale. È necessario pensare a un commissario europeo all’immigrazione. Alla base di questo c’è un patto: abbiamo bisogno dell’immigrazione e l’immigrazione ha bisogno di noi”.

Come ha vissuto l’esperienza dell’integrazione?
“L’integrazione è un processo che non finisce mai, che ha a che fare con la vita stessa. In Europa si ha difficoltà a definire vere politiche in materia. L’immigrazione è origine e genesi della costruzione di uno stato. Ci sono vari modelli di integrazione – basti pensare a quello tedesco o a quello francese -, ma credo che bisogna prendere come riferimento quello anglofono”.

A proposito del dialogo tra religioni ci sarà mai un avvicinamento tra Islam e cristianesimo?
“Il dialogo è sempre esistito, ma nell’era globale bisognerebbe costruire ponti tra culture diverse anche se non penso sia facile”.

Si è espresso contro la costruzione della moschea di Colle Val d’Elsa perché “è prematuro avere moschee senza poter controllare gli imam”. Ci spieghi, in sintesi…
“Il problema non è essere a favore o contro la costruzione delle moschee. È legittimo che ogni popolo abbia il proprio luogo di culto, ma è necessario al tempo stesso condividere i valori di democrazia e libertà. Si tratta di organizzare un Islam italiano, formando e definendo un personale di culto”.

Professore universitario, giornalista, parlamentare. Quale delle tre attività le ha dato di più?
“Sono attività complementari. Da parlamentare ho sempre lavorato su Islam e integrazione: naturalmente l’approccio è politico, basato sulla contingenza, mentre quello accademico è metodologico e scientifico. Il punto di vista universitario è indispensabile per affrontare temi complessi come l’integrazione”.

Secondo lei qual è lo stato di salute del giornalismo italiano?
“Abbastanza critico. Si sta assistendo a un divorzio pericoloso tra società e cultura. I giornali producono notizie su notizie e tendono così a rendere meno organica la realtà”.

Come ha reagito all’esclusione dalle elezioni politiche del 2008? Pensa abbia influito la sua religione?
“Non direi, però il peggiore razzismo è quello che non afferma mai il suo nome. Il PD voleva essere innovativo. In realtà ci sono enormi blocchi”.

 

A cura di Elisa Avola, Valeria Falsaperla, Giusi Gianfriddo, Rita Giargeri, Perla Maria Gubernale, Ilaria Messina, Adalgisa Francesca ed Elena Scollo


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