Leo Gullotta torna a Catania sul palco del teatro Brancati La vita di un impiegato come denuncia del conformismo

Leo Gullotta ha scelto il Teatro Brancati per tornare nella sua Catania, dove ha proposto Bartleby lo scrivano, spettacolo di Francesco Niccolini, prodotto da Arca Azzurra, diretto da Emanuele Gamba e liberamente ispirato al racconto di Herman Melville. Ambientata in un prestigioso studio legale di Wall Street, a New York, dove tutto scorre identico e noioso, la storia ha per protagonista Bartleby, un anonimo scrivano da poco assunto da un avvocato. Un uomo semplice e dedito al lavoro che sembra essersi bene inserito in quel contesto in cui la normalità è fatta di noiose giornate lavorative e in cui tutti sono abituati, ogni giorno alla stessa ora, a compiere da sempre e per sempre le medesime azioni. Un giorno, però, Bartleby sorprende tutti con una decisione che ha del clamoroso: rispondere a qualsiasi richiesta con «Avrei preferenza di no». Una frase in apparenza semplice, che ha però il potere di turbare l’ingranaggio dell’intero ufficio.

Neanche il pubblico può rimanere indifferente e così segue con attenzione la vicenda dello scrivano che, con la sua scelta di non partecipare alle vite ferocemente normali degli altri, si trasforma in quello che Leo Gullotta definisce «un vero alieno». È proprio la sua semplice frase, «Avrei preferenza di no», a sollecitare la riflessione sul conformismo che è nell’uomo e a spingere lo spettatore a chiedersi se mai nella vita abbia fatto delle scelte veramente profonde e se esistano, per l’uomo, possibilità di salvezza.

Inevitabile, in questo contesto, non pensare a Belluca, protagonista de Il treno ha fischiato di Luigi Pirandello. Sia lui che Bartleby sono due impiegati, uomini da nulla per la società, che però vengono elevati da Melville e Pirandello a simbolo di una protesta contro un sistema consolidato che cammina veloce lungo dei binari prestabiliti. «Mentre tutto e tutti (scrivani, religiosi, soldati, banchieri, politici, artisti) procedono aggressivi e baldanzosi, forse colpevolmente ignari, fra nuove ricchezze e nuove schiavitù – dice il regista Emanuele Gamba – l’ultimo entrato in scena si mette di traverso e, con una frase che sembra arrivata da un remoto passato monastico, avvia un inesorabile processo dubitativo di disgregazione di un moloch che si incarna nel binomio lavoro-dovere».

Che non sia proprio questa la lezione, ancora attuale, che ha voluto lasciarci Melville dando vita a questo personaggio nel lontano 1853? Quella di spingere lo scrivano che è in noi ad agire: rompere gli indugi, far uscire tutti i fantasmi che abbiamo paura di mostrare e sperare di trovare così la luce in fondo al tunnel della quotidianità. Una lezione profonda e difficile che forse avrebbe avuto bisogno di uno sforzo ancora maggiore di chiarezza dal palco per arrivare inequivocabile anche allo spettatore meno attento o sensibile. Che, in ogni caso, ha potuto godere della bravura di tutti gli attori: insieme a Leo Gullotta anche Giuliana Colzi, Andrea Costagli, Dimitri Frosali, Massimo Salvianti e Lucia Socci. 


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