Chi per dovere e chi per scelta, avevano giurato fedeltà allo Stato. Lo stesso che li ha traditi. Sono le storie di cinque cittadini italiani, tra cui diversi siciliani, che hanno indossato la mimetica dell‘esercito per un periodo più o meno lungo e ragioni diverse. Terminato, però, allo stesso modo: una morte silenziosa. Sono le […]
Foto copertina Zolfo editore
Morire di naia, cinque storie in un libro: quando ‘Siam pronti alla morte’ diventa l’alibi dello Stato
Chi per dovere e chi per scelta, avevano giurato fedeltà allo Stato. Lo stesso che li ha traditi. Sono le storie di cinque cittadini italiani, tra cui diversi siciliani, che hanno indossato la mimetica dell‘esercito per un periodo più o meno lungo e ragioni diverse. Terminato, però, allo stesso modo: una morte silenziosa. Sono le cinque storie raccontate nel libro Morire di naia – oltre le ombre e i silenzi nelle caserme italiane. Pubblicato da Zolfo editore, con autori i giornalisti Marta Silvestre e Andrea Turco. A cui – lo diciamo subito – MeridioNews è legato. Dal lavoro, innanzitutto: Marta è una firma del nostro giornale, Andrea lo è stato in passato. Ma anche dall’affetto e dalla stima.
E dal vedere evolvere le storie – almeno quelle siciliane – raccontate a puntate sulle nostre pagine, in un’opera organica, rigorosa e avvincente allo stesso tempo. E oggi quanto mai attuale. Con dettagli ed evocazioni sensoriali – certi sussurri, certe botte puoi sentirle, non solo leggerle – che permettono la conoscenza di un mondo nascosto. E da restituire, qui sta la vera difficoltà, a chi di naia non sa niente. Perché è troppo giovane per aver vissuto anche solo l’esperienza indiretta di un fratello. Gli ultimi a ricevere la cartolina della leva militare obbligatoria – sospesa nel 2005 -, sono i classe 1985. Oggi già quarantenni. E a tutti gli altri: che sapranno anche cos’è il nonnismo, ma non immaginano quanti altri modi di morire di naia possano esserci.
Le storie di Morire di naia
Cinque uomini diversi, con storie diverse. Ma non nell’epilogo: la morte, il silenzio che ne segue, il tentativo di accollare la responsabilità alla vittima. E le scuse mai arrivate. Persino la giustizia, in qualche caso, è meno rara. Seppur non sempre giusta. Ad aprire la carrellata è la storia del siracusano Lele Scieri. Emblematica per aver dato la spinta definitiva alla fine della leva obbligatoria. Lui alla naia era costretto dalla legge e, quando muore, si dirà che era per la sua mollezza. Anche fisica, «adiposo e anzianotto» a 26 anni. Non come Tony Drago, anche lui siracusano, che invece la vita militare l’ha scelta con orgoglio. Ma con un cuore così tenero che non ha retto alla rottura con la fidanzata. Proprio all’indomani della pubblicazione del libro, per la sua vicenda è stata chiesta l’apertura di una commissione parlamentare di inchiesta.
Da Gela arrivava invece Giovanni Cosca: così ordinario e metodico, che solo la sfortuna di una improvvisa malattia sconosciuta poteva spiegarne la morte. Eppure a morire è stato anche il marchigiano Marco Mandolini: misterioso uomo dei servizi segreti, con ruoli di responsabilità in Somalia. La sua è la storia che proietta il libro Morire di naia fuori dai confini nazionali e in altre morti ancora non chiarite. Non potendo essere né fragile né malaticcio, al super soldato Mandolini è toccata la carta di una chiacchierata omosessualità. E, infine, il triestino Riccardo Rasman, per cui non serviva neanche una scusa: era «un peso per la collettività». Che la sua disabilità psichica fosse dovuta agli atti di nonnismo subiti era già stato accertato. Ma non si scappa dallo Stato.
Perché questo libro
A spiegare il perché di questo libro, nella postfazione di Morire di naia, sono gli stessi autori Marta Silvestre e Andrea Turco. Che, come molti lettori, per ragioni anagrafiche, non hanno alcune esperienza diretta di cosa voglia dire essere costretti a sopportare il caldo con chili di roba addosso, sedersi in modo innaturale, vedersi privati del sonno e costretti a bere urina. Né possono immaginare che significhi non poter discutere un ordine, entrare in mondi paralleli – e paramilitari – come Gladio o vedere torturare civili in Paesi in cui si doveva portare la pace. Eppure, mai come negli ultimi anni, l’esercito è intorno a tutti noi. In principio, ricordano gli autori, è stata l’operazione Strade sicure. Che ha portato i militari nei centri cittadini. Fino ad arrivare in tv, in un patinato reality show. Passando per le scuole e una comunicazione rassicurante, valoriale e ardimentosa.
Un mondo che si rischia di scambiare per altro, insomma. Specie in un’Italia, e ancora di più al Sud, con una disoccupazione dilagante. In cui la carriera militare rimane, spesso, l’unica occasione di lavoro. Abbastanza stabile, se escludiamo il rischio della vita prima ancora di uscire dalla caserma. E che oggi si discute di far tornare come esperienza formativa, riattivando la leva obbligatoria, a 20 anni dalla sua sospensione. Il tutto mentre nel mondo soffiano venti di guerra sempre più forti e sempre più vicini. Ed è per tutti questi motivi che «uno strumento per aiutare a capire», come lo definiscono gli autori, è non solo utile. Ma essenziale. Affinché le parole dell’inno nazionale «Siam pronti alla morte» assumano tutti i significati che, nella storia italiana, sono stati possibili.