Legrottaglie, Capuano, Almirón, Plasmati Con l’Akragas un derby giocato al passato

Sia come sia, a me quello tra Catania e Akragas, più che un derby tra due squadre siciliane – un derby minore, sia detto con tutto il rispetto per i simpatici cugini d’Agrigento – è parsa una sfida giocata tutta intera dentro il nostro passato. La partita giusta, direi, per chiudere una settimana come quella che è appena trascorsa.

Dunque: in panchina, con l’Akragas, sedeva il tecnico Nicola Legrottaglie, già colonna centrale della nostra difesa negli anni migliori della serie A, giocatore di assoluta classe e dai trascorsi illustri, arrivato a Catania in non più verde età. Giocatore però sempre dignitoso, tutte le volte che è sceso in campo, anche quando gambe e fiato han cominciato a mancargli. E che per questo s’è meritato l’applauso d’affetto che il Massimino non gli ha fatto mancare.

Migliore in campo, per l’Akragas, è stato secondo me Ciro Capuano, già nostro difensore esterno, che ci ha regalato negli anni passati attimi impossibili da dimenticare (per esempio un gol al volo segnato al Meazza contro il Milan); che ci ha fatto poi disperare quando i momenti meno felici della storia rossazzurra ne hanno messo a nudo limiti di tecnica e di carattere; ma che ci ha anche fatto commuovere quando – trasformatosi il Catania in una squadra di lungodegenti per merito del calamitoso preparatore Ventrone – si è improvvisato factotum della squadra, tappando tutti i buchi d’organico e provando perfino a giocare – da modesto ma generoso zappatore della corsia esterna – nel ruolo di regista di centrocampo un tempo occupato da Ciccio Lodi. Ragion per cui il pubblico l’ha fischiato sì, certo. Ma in fondo moderatamente; e non senza riconoscergli, perlomeno, i meriti della sua buona prestazione di oggi.

E s’è infine affacciato, sul campo del Massimino, perfino Sergio Almirón. L’ex pensionato d’oro della compagine rossazzurra, l’uomo gabellatoci a lungo da Cosentino per quello che non era – e cioè un lusso per una squadra come il Catania e pertanto un extralusso per la serie B – e rivelatosi presto per quello che era in realtà: un ex atleta ormai in grado di giocare nulla più che qualche spezzone di partita, che ha a lungo costituito, finché è stato in rossazzurro, uno degli alibi agitati dalla società per non comprare i giocatori di cui c’era assolutamente bisogno. E che per questo i fischi del pubblico se li è presi tutti. Senza troppo demeritarli, direi.

E fortuna che, trattandosi d’un derby, un pezzo di passato lo abbiamo buttato in campo anche noi. Nella persona di Gianvito Plasmati, già promettente centravanti ai tempi di Zenga, già fantasioso interprete degli schemi su calcio piazzato da quest’ultimo proposti. E che oggi, giocando sì e no una ventina di minuti, ha raddrizzato una partita che era nata storta, infilando nella porta dell’Akragas un pallone carico di tutta la sua forza, la sua rabbia, le sue lacrime. E ci ha restituito almeno un sorriso, in coda a una domenica che stava risultandoci amarissima.

Così, alla fine di questa settimana, il Catania ha in classifica soltanto un punto in meno di quelli che aveva sette giorni fa. Ed è quasi un successo. Così, all’indomani della nuova penalizzazione inflittaci dalla giustizia sportiva, il gol realizzato da un pezzo del nostro passato rende un po’ meno grave il carico di vergogne e di pene riversatoci addosso dalla parte peggiore dello stesso passato. Un passato che non si decide ancora a passare, contro il quale non sappiamo neanche se riusciremo a pareggiare. Un passato che è sempre ostinatamente presente e rischia di candidarsi, di questo passo, a ingombrarci ancora il futuro.

La classifica – che purtroppo dobbiamo abituarci a leggere, a scanso d’equivoci e illusioni, al lordo delle penalizzazioni che, punto più punto meno, dovremo tirarci dietro per l’intera stagione – dice che ci prepariamo al derby sul campo della capolista Messina dalla posizione numero sedici, che poi sarebbe la terzultima.

E niente. Ceterum censeo Pulvirentem esse pellendum.


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