Questo torrido luglio ha impresso una velocità inedita alle manovre di avvicinamento a Palazzo d’Orléans. Nel grande teatro della politica siciliana, il passaggio dalle schermaglie di corridoio all’esibizione aperta delle ambizioni segue regole antiche, fatte di mezze frasi e improvvise accelerazioni. Dietro i proclami ufficiali e le smentite di rito, ha preso forma una vera […]
La Sicilia e il valzer delle candidature: da Palermo a Roma parte l’assalto a Palazzo d’Orléans
Questo torrido luglio ha impresso una velocità inedita alle manovre di avvicinamento a Palazzo d’Orléans. Nel grande teatro della politica siciliana, il passaggio dalle schermaglie di corridoio all’esibizione aperta delle ambizioni segue regole antiche, fatte di mezze frasi e improvvise accelerazioni. Dietro i proclami ufficiali e le smentite di rito, ha preso forma una vera e propria rosa di pretendenti allo scranno più alto dell’isola. C’è chi rivendica il diritto di proprietà intellettuale sulla continuità del governo, chi prova a far saltare i tavoli locali per costringere i leader nazionali a trattare, e chi affida la propria disponibilità a nuovi simboli stampati sui fogli intestati dell’Assemblea Regionale Siciliana. Mettendo in fila i protagonisti che, per autocandidatura esplicita, per interposta persona o per pura forza d’inerzia politica, hanno manifestato la volontà di correre, emerge l’identikit di una battaglia che promette di non risparmiare nessuno.
La mappa delle ambizioni: chi punta allo scranno più alto
A integrazione del quadro d’insieme, il taccuino del giornalista politico non può prescindere da una mappatura ragionata dei nomi.
Renato Schifani: l’uscente (quasi) blindato
Il presidente in carica non ha alcuna intenzione di cedere il passo. Le sue dichiarazioni di luglio, incentrate sui risultati economici della legge di stabilità regionale e sullo sblocco dei concorsi per i funzionari pubblici, sono il manifesto politico di chi rivendica il diritto alla ricandidatura in nome della continuità amministrativa. Schifani si muove forte dell’appoggio di Forza Italia e della stabilità finanziaria che la sua giunta rivendica, ponendosi come il candidato naturale del centrodestra.
Giorgio Mulè: il fronte romano e la spina nel fianco interna
Nel gioco delle autocandidature e delle disponibilità sussurrate, la figura del vicepresidente della Camera Giorgio Mulè rappresenta la variabile più insidiosa per gli equilibri interni a Forza Italia. Pur muovendosi prevalentemente nei palazzi romani, i segnali e le dichiarazioni di luglio lo descrivono come un osservatore estremamente attento alle vicende isolane. Mulè non ha mai nascosto una forte impronta identitaria legata alla sua terra d’origine e, pur senza un’autocandidatura formale che spaccherebbe il partito in Sicilia, la sua disponibilità a scendere in campo viene considerata dagli analisti come l’alternativa pronta all’uso qualora il posizionamento di Schifani dovesse logorarsi sotto i colpi dei veti incrociati degli alleati o dei malumori interni alla stessa base azzurra.
Gaetano Galvagno: il jolly della destra meloniana
Sebbene non vi sia un’autocandidatura sbandierata, il nome di Gaetano Galvagno, attuale presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana circola con insistenza nei corridoi della politica. Il silenzio tattico di Fratelli d’Italia copre la fiche che il primo partito italiano potrebbe calare al tavolo della coalizione. Le sponde politiche e il lavoro di mediazione d’aula svolto in questi anni lo rendono il candidato ideale qualora il centrodestra nazionale decidesse che la guida della Sicilia spetta al partito di Giorgia Meloni.
Cateno De Luca: l’autocandidato permanente
Il leader di Sud chiama Nord è l’unico ad aver rotto gli indugi in modo esplicito e speculativo. Con l’affondo del 18 luglio, in cui ha annunciato lo spostamento delle trattative esclusivamente a livello delle segreterie nazionali a Roma, De Luca ha ribadito che il suo nome è sul tavolo. La sua è una candidatura di rottura, che si pone come alternativa ai baroni della politica siciliana, e punta a incassare il sostegno di pezzi del centrosinistra o di forze autonomiste pronte a scommettere sul suo potenziale elettorale.
Ismaele La Vardera: l’outsider della terza via
Un’analisi sulle ambizioni presidenziali non sarebbe completa senza la figura dell’ex Iena, la cui traiettoria politica ha subito una sterzata decisiva proprio all’inizio del mese. Il l’1 luglio all’Ars, è stato ufficializzato il nuovo gruppo parlamentare denominato Controcorrente – Ismaele La Vardera Presidente. Una mossa che rappresenta molto più di un cambio di casacca dopo la rottura con il movimento di Cateno De Luca. Con la nascita di questa componente, La Vardera ha lanciato una vera e propria Opa sulla leadership dell’opposizione, offrendo la propria disponibilità alle forze civiche e progressiste come nome alternativo e di rottura rispetto ai vecchi schemi di partito. La sua proposta si muove sul binario di un ricambio generazionale radicale, posizionandolo come un potenziale candidato che punta a scardinare l’asse tradizionale dei poli politici tradizionali.
Nuccio Di Paola: il custode dell’identità pentastellata
L’esponente del Movimento 5 Stelle si muove da candidato in pectore del fronte progressista. I suoi durissimi attacchi di luglio contro la gestione della legalità da parte dell’asse Meloni-Schifani e la richiesta di azzeramento della giunta regionale non sono solo opposizione, ma un posizionamento da leader. Di Paola lancia un messaggio chiaro al Partito Democratico: il candidato dell’alternativa deve avere il Dna e la fermezza morale dei Cinque Stelle, mettendo la propria disponibilità a disposizione di un campo largo che non scenda a compromessi.
I papabili del Partito Democratico: Anthony Barbagallo e i sindaci di frontiera
Sul fronte dem la strategia è più abbottonata e legata ai tavoli programmatici che partiranno ufficialmente da Gela. Tuttavia, il segretario regionale Anthony Barbagallo rimane il punto di riferimento naturale per una candidatura istituzionale della sinistra. Accanto a lui, le dichiarazioni di luglio dei parlamentari nazionali e regionali lasciano aperta la porta a profili di amministratori locali d’area, figure capaci di unire l’anima progressista a quella civica e moderata senza spaventare l’elettorato di centro.
«Io vorrei… non vorrei… ma se vuoi»
Il destino della Presidenza della Regione, in fin dei conti, somiglia sempre più a quel celebre e tormentato verso di Lucio Battisti: «Io vorrei… non vorrei… ma se vuoi». È la colonna sonora perfetta per questa estate politica del 2026, dove il desiderio profondo di conquistare Palazzo d’Orléans, l’io vorrei sussurrato nei corridoi o urlato nei lanci di agenzia, si scontra immediatamente con il timore del passo falso, con la prudenza tattica di chi frena dicendo «non vorrei», in attesa che le diplomazie compiano il proprio lavoro. Ma la chiave di volta di tutta la partita sta proprio in quell’ultimo, condizionato ma se vuoi.
Quel se vuoi non è rivolto agli elettori siciliani, bensì alle segreterie nazionali di Roma, ai tavoli romani a cui persino i più accesi autonomisti hanno deciso di affidare le proprie sorti, o ai veti incrociati delle coalizioni pronte a sacrificare i destini isolani sull’altare di più ampi equilibri di governo. La sensazione è che nessuno farà davvero l’ultimo passo finché da Roma non arriverà quel fatidico, decisivo cenno d’intesa. Fino ad allora, la politica siciliana continuerà a cantare il suo spartito preferito, dove l’ambizione più sfrenata si traveste da prudenza, e la corsa per la poltrona più alta dell’isola resta un eterno, oscillante ballo sul filo dell’incertezza.