La legge sul caporalato approda alla Camera «Pagare 20 euro al giorno inquina il mercato»

Dopo il parere positivo di ieri della commissione Giustizia e Lavoro alla Camera, la prossima settimana il disegno di legge, che detta nuove «disposizioni in materia di contrasto ai fenomeni del lavoro nero, dello sfruttamento del lavoro in agricoltura e di riallineamento retributivo nel settore agricolo», passerà all’esame di Montecitorio. L’auspicio di Giuseppe Berretta, deputato Pd e relatore della proposta normativa, è che i tempi siano quanto più brevi possibili e che la legge contro il caporalato diventi effettiva entro questo mese. «Non possono esserci tentennamenti sulla violazione della dignità delle persone», afferma. 

Ma come si è giunti alla stesura di un testo che da più parti è stato giudicato importante ed innovativo? «La proposta parte da due indagini conoscitive della Camera nella scorsa legislatura e in quella attuale – spiega Berretta -. Abbiamo elaborato un’ampia conoscenza del fenomeno, a partire dalla Calabria e dalla Puglia nonché da ampie parti della Sicilia. Ma lo sfruttamento non è solo meridionale così come non riguarda solamente l’agricoltura ma anche altri settori come ad esempio l’edilizia. Dopo un confronto serrato con le organizzazioni sindacali, con gli imprenditori e i lavoratori – prosegue – abbiamo maturato la convinzione che fosse necessaria una modifica della disciplina». 

La Sicilia è certamente uno dei territori più fertili per queste forme di schiavitù, come testimoniato da più parti. Che esistono da ben prima che venissero raccontate, e che riguardano lavoratori sia italiani che stranieri. Attorno al Cara di Mineo l’esempio più lampante, ma ne esistono molti altri. «In un quadro così avido come quello attuale – conferma il deputato democratico – la comparsa di tanti immigrati regolari costituisce un ulteriore serbatoio. Il caporalato riguarda sia italiani che extracomunitari irregolari, ed esiste lì dove impera la sete di profitto a tutti i costi». 

Tra le novità della nuova disciplina c’è certamente la corresponsabilità delle aziende. A essere punito non sarà più solamente il soggetto che sfrutta ma anche chi su quello sfruttamento lucra. Se venisse accertata la violazione delle più elementari garanzie a tutela della persona – dalle condizioni di igiene e sicurezza dei luoghi di lavoro alla retribuzione in nero e a forme di pagamento ben al di sotto del minimo sindacale – le imprese potranno essere confiscate e date in gestione a un amministratore giudiziario. 

Spesso, però, questo tipo di aziende restano concorrenziali solamente scaricando i costi di produzione sullo sfruttamento dei lavoratori. Venute meno le condizioni per loro favorevoli, potrebbero non reggere sul mercato. Un timore che Berretta giudica «legittimo» e che allo stesso tempo respinge con forza. «Un’azienda che paga 20 euro al giorno un lavoratore inquina il mercato – è la sua teoria -. Deve sempre più esserci spazio, invece, per le imprese che rispettano le regole. Non c’è opportunità economica che tenga». 


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