La farsa dell’Iva: con la scusa della crisi di Governo da oggi passa dal 21 al 22%. A pagare di più saranno le famiglie più povere

L’AUMENTO NON RIGUARDA – PER FORTUNA – LE ALIQUOTE RIDOTTE DEL 10 E DEL 4 PER CENTO. MA L’EFFETTO SULL’ECONOMIA ITALIANA SARA’ LO STESSO NEGATIVO

La scusa l’hanno trovata: la crisi di Governo. La cosa ‘bella’, mettiamola così, è che l’Iva è aumentata: dal 21% è stata portata al 22%. Ma i politici litigano tra loro, addossandosi la colpa l’un l’altro. Una farsa.

Il capo del Governo, Letta, dice che la colpa è di Berlusconi che ha aperto la crisi di Governo. Berlusconi risponde che ha aperto la crisi di Governo anche perché era contrario all’aumento dell’Iva.

Le uniche cose certe di questa storia tutta italiana è che l’Iva è stata aumentata. E che le polemiche politiche sono semplicemente stucchevoli.

Ma cosa è l’Iva?^ Si tratta di un tributo generale visto che colpisce il valore aggiunto di ogni fase della produzione e dello scambio di beni e servizi (con eccezione di alcuni che sono esplicitamente esentati). Di fatto, l’Iva grava solo sul consumatore finale. Per la precisione, grava su tutti quei soggetti – che ovviamente sono la maggioranza – che non hanno diritto alla detrazione.

Ne nostro Paese ci sono tre differenti tipologie di Iva. L’aliquota ordinaria – quella alla quale facciamo riferimento – schizzata, da oggi, come già ricordato, dal 21% al 22%.

Poi ci sono due aliquote ridotte, che sono rimaste invariate: un’aliquota del 10 e una del 4%. Queste due aliquote riguardano i beni di consumo che il legislatore ha individuato come più incidenti sul costo medio della vita. Vediamoli.

Nell’aliquota al 4% ci sono, ad esempio, i generi alimentari di prima necessità, le opere per abbattere le barriere architettoniche ed i libri.

Nell’aliquota al 10% troviamo il settore turistico, le ristrutturazione edilizie e, bontà dello Stato, il cioccolato.

Come si è evoluta l’Iva in Italia? In quarant’anni è passata dal 12% al 22%. Numeri che preoccupano di più se si pensa che in due anni l’Imposta sul valore aggiunto, nel nostro Paese, è cresciuta di due punti percentuali.

Nel 1973 l’Iva era al 12%. Da oggi è al 22%. Nel mezzo ci sono tanti piccoli salti che ci hanno portato al 1° ottobre 2013, cioè ad oggi, al 22%.

Nel 1977, in Italia, l’Iva era al 14%. Il 15% dal 1980. Il 18% dal 1982. Il 19% dal 1988. Il 20% dal 1997. Il 21% dal 2011. Due ani dopo – e siamo ai giorni nostri – ecco l’aumento di un altro punto.

E nel resto de mondo? Tutto sommato, l’Italia è in linea con il resto d’Europa. La differenza, sostanziale, è che, a parte la Grecia, tutti gli altri Paesi, sotto il profilo economico, stanno molto meglio di noi. Mentre ci avviciniamo a grandi passi verso la Grecia.

Vediamo i ‘numeri’ dell’Iva nel resto d’Europa. In Austria l’Iva è al 20%. Mentre in Belgio è al 21%. Idem nella Repubblica Ceca, in Lettonia, nei Paesi Bassi e in Olanda. In Germania è al 19%. In Portogallo e in Grecia è al 23%. In Francia si ferma al 19,6%. Decisamente più alta in Danimarca e Svezia, 25% (dove, pero, se la passano bene e con i soldi incassati dai due Stati non si foraggiano banche e spread, ma si danno ottimi servizi ai cittadini).

In altri Stati l’Iva è più bassa: 17% in Cina, 10% in Egitto, 5% in Giappone, 18% in Russia ed 8% in Svizzera.

Quali saranno gli effetti sull’economia italiana? Oltre all’aumento dell’aliquota ordinaria si tema il cosiddetto “effetto arrotondamento”: molti negozianti potrebbero applicare ai prezzi incrementi più alti rispetto a quanto previsto dalla disposizione legislativa.

Il Codacons ipotizza una “raffica di rincari in tutti i settori, generando un calo degli acquisti del 3% e ricadute negative sul fronte occupazionale e sullo stato economico del nostro Paese”. Tutto questo si tradurrà, secondo l’associazione a difesa dei consumatori, in un costo medio annuo maggiore per famiglia di 349 euro.

Per Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio, “l’impatto recessivo che provocherà l’aumento dell’Iva andrà ad azzerare i primi timidi e parziali segni di una ritrovata crescita, per il momento solo annunciata”.

Secondo la Cgia di Mestre, “l’aumento dell’Imposta sul valore aggiunto dal 21% al 22%, peserà maggiormente sulle retribuzioni più basse e meno su quelle più elevate. A parità di reddito, inoltre, i nuclei famigliari più numerosi subiranno gli aggravi maggiori”.

“L’incremento – prosegue l’associazione – deprimerà ancor più la domanda interna penalizzando soprattutto le famiglie più povere e quelle più numerose. Ma a pagare il conto saranno anche gli artigiani e i commercianti che, nella stragrande maggioranza dei casi, lavorano per il mercato domestico”.

 

 

 

 

 

 

 


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