Il senso magico delle cose

Non avevo mai sentito parlare di Michele Mari.
E, in tutta sincerità, non ero molto interessata; non ho mai dato molta importanza agli scrittori miei contemporanei. Non credevo fossero degni di essere menzionati tra i “grandi autori” che hanno segnato una svolta nella letteratura. Ma mi sono dovuta ricredere. Perché, in realtà, ‘Tutto il ferro della Torre Eiffel’  è una vera svolta.
Questo libro riesce ad entrare nella letteratura e la rielabora, la rende viva, il tutto senza boria né pretese, ma in modo armonioso e lineare.
Parigi, 1936: Walter Benjamin, fuggito dalla Germania nazista, girovaga per i passages e i boulevards alla ricerca di oggetti letterari, feticci d’arte che sprigionino la  loro aura e che possano rappresentare in modo materiale l’astrazione della letteratura. E lo storico Marc Bloch lavora ad un catalogo di avvenimenti tragici che si intrecciano tra loro e danno vita ad un percorso inquietante, dove angeli, folletti e nani svolgono un ruolo decisivo nelle vicende personali dei vivi e dei morti, che convivono insieme, in un’ambientazione lugubre ma al tempo stesso intrigante.
E’ un libro in cui la magia fa parte del quotidiano, e in esso non viene schernita, ma apprezzata, studiata e soprattutto temuta.
Eccezionale la partita a scacchi per corrispondenza di Benjamin, Bloch e Tzara contro Auerbach, il perfido filologo che cerca di impadronirsi dei lavori e dei feticci tanto amati dal saggista ebreo.
E sono proprio gli oggetti bramati dal filologo tedesco i veri protagonisti del romanzo: i tre puntini di Céline, la pipa di Magritte, gli orologi di Dalì o l’ampolla di spleen rappresentano la ricerca di un rapporto tra feticcio e feticista, ovvero tra   la materia e l’anima dell’uomo intrappolata in essa.
Il profondo studio sugli anni ’30 effettuato da Mari viene alla luce grazie ai tanti film  menzionati, principalmente tedeschi, che si riallacciano agli  eventi esaminati dai due amici protagonisti. Ed è proprio questo continuo richiamo alla Germania che crea dialoghi esilaranti, resi tali da discussioni scritte con pronuncia fortemente alemanna, ed attraverso quest’uso  del parlato, il testo recupera vivacità, che a causa di accenni a teorie filosofiche e a qualche eccesso di manierismo, aveva perso.
Sagace la scelta del 1936: anno della fucilazione di Garcia Lorca, della morte della madre di Gadda, ma soprattutto è l’anno di Mort à Credit, del sommo scrittore Céline, e dell’Opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica di Benjamin.
Inoltre, è interessante il gioco degli scrittori protagonisti, usato spesso da Mari per risaltare quanto di romanzesco ci possa essere nella loro vita, energia che l’autore percepisce nelle loro biografie e cerca di far emergere.
Un romanzo visionario ed unico, che, una volta cominciato, occupa ogni tuo pensiero, come preso da un’insaziabile fame di parole e che, una volta terminato, non riesci a lasciare; la voglia di rileggerlo è irrefrenabile, vorresti poterti appropriare della storia, renderla tua.
Sembra ormai difficile trovare il binomio bellezza- cultura di questi tempi, ma questo romanzo è la prova che non tutto ciò che è bello è in realtà superficiale, e che non tutto ciò che è colto è, a lungo andare, noioso.
Tuttavia, ‘Tutto il ferro della Torre Eiffel’ non è un libro semplice da leggere. Bisogna avere una cultura nel senso più ampio del termine per poter capire ogni passaggio, citazione, avvenimento.
Insomma, un libro colto, da non “divorare”, ma da assaporare in ogni suo dettaglio.


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